A proposito della favola della ricostruzione leggera

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Che sia frutto di una strategia o solo segno di imbarazzo, l’atteggiamento del Governo sulle proteste per la gestione della fase di ricostruzione dal sisma può portare solo all’esasperazione e di certo non è quello che serve in questi mesi. Alla protesta del sindaco di Sulmona che di fatto lasciò il Popolo delle Libertà confluendo provvisoriamente in una formazione civica non fu dato riscontro: eppure le notizie successive hanno dimostrato che l’esclusione dai benefici fiscali era ingiusta, visto che Sulmona è al quarto posto nella lista dei comuni con la mole maggiore di macerie dall’aprile 2009.

Comune-transennatoAlla protesta del “popolo delle carriole” non fu opposta neppure una parvenza di reazione di ordine pubblico e i limiti della “zona rossa” furono varcati con violenza, come se non fossero mai stati apposti.

La dura contestazione del sottosegretario alla  Presidenza del Consiglio in una cerimonia ufficiale (la chiusura della “porta santa” nell’ambito della Perdonanza) è rimasta senza neppure una risposta, che di certo non doveva essere necessariamente una presa di posizione autoritaria, ma poteva ben rivestire le forme di un chiarimento, in una società che è democratica e che delle risposte deve fare il proprio principale strumento di dialogo. L’assenza di otto mesi del Presidente del Consiglio dalla città nelle quale aveva annunciato di passare le sue vacanze nel 2009 e che, comunque, visitava almeno un paio di volte al mese si colloca, a conferma del quadro complessivo, quale ulteriore segnale che l’aria, l’atmosfera e la città stessa del terremoto debbono essere evitate.

Tutto questo potrebbe essere comprensibile se dall’inizio si fosse fatta chiarezza, per dire che soluzioni al dramma del capoluogo di regione e della città di Sulmona non si potevano dare nel breve o medio termine. Pensare adesso che sulle promesse di ricostruzione possa stendersi un velo di silenzio è quanto meno assurdo; trattare come visionari coloro che sono stati illusi in vista di una immediata ricostruzione del centro storico dell’Aquila è due volte scorretto, perché le promesse sono state proclamate in un contesto di grave smarrimento e, quindi, di più larga credulità della popolazione. Dire, poi, che le cose si siano complicate perché gli aquilani non sono stati abbastanza grati al Governo vuol dire compiere il grave errore di rapportare l’impegno di uno Stato alla predisposizione e all’atteggiamento emotivo dei governati; sono balle che non nascondono neppure il preannuncio di un fallimento.

Quello che conta, per considerare il caso di Sulmona, è che finora neppure un cantiere ha ridato solidità ad una casa: e questo risultato è davvero enorme, se si rapporta alla favola della “ricostruzione leggera e veloce” che avrebbe caratterizzato il capoluogo peligno proprio per la sostanziale irrilevanza dei danni.