ABBAZIA ANCHE PER SPIRITELLI

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E L’ULTIMO ABATE INVITO’ AD UNA RIFORMA INTERNA PRIMA DELL’ARRIVO DEI FRANCESI NEL 1807

21 DICEMBRE 2013 – “Così i Celestini, dalla loro culla originaria, dove Morrone, Maiella e Valle Peligna,centrati dalla Città di Sulmona, dettero loro l’avvìo verso l’altezza dei cieli, si persero nella temperie dei tempi. I tesori che avevano accumulati nel loro cenobio vennero trafugati e trasferiti, sì che nulla o poco rimase nella Città, se non una parte degli antichi libri religiosi, che ora, inutili, fanno da cornice di carta-pecora nella cimasa superiore delle scansìe della Biblioteca Comunale.

E’ rimasto qualche quadro degli ultimi Abati Generali. I codici preziosi, i manoscritti sono altrove: parte di questi codici, alcuni dei quali portano il monogramma celestino (e non benedettino, come si dice per fuorviare le indagini), sono incarnati a L’Aquila, e l’altra parte a Napoli e Montecassino. E l’argenteria, i monili, le mitre con perle, i pivali di lamina d’oro dove sono? E soprattutto la croce, descritta nell’inventario del 1640, d’argento ingioiettato d’oro, con topazi, acque marine, crisoliti, granate e smeraldo, su quale Golgota è stata impiantata? Si è sempre taciuto al riguardo, eppure – filo da filo, cominciando dal capoluogo di provincia – si potrebbe giungere al bandolo: se non altro per cognizione storica e per rintracciar coloro, che, negli arruffati momenti di trapasso, affondano le mani e le ritirano stringendo la preda.

“Badate che il mal tolto va restituito”

D’altronde solo i Celestini, se vi fossero ancora, potrebbero vantare qualche diritto, ma non vi sono più, perchè diluiti nei benedettini e francescani, e solo Sulmona – loro terra d’origine – avrebbe dovuto alzare la voce per dire: – Badate, onesta gente, che il mal tolto va restituito! Per poco tempo la Badia rimase chiusa, poi, considerata la centralità di Sulmona ed i suoi positivi elementi, venne adibita a Reale Collegio dei tre Abruzzi; ma visto che tale istituzione faceva gola ad altri, nel 1816 se la prese L’Aquila. Udite come questo fatto venne raccontato (“Descrizione topografica, economica e politica de’ Reali Domini al di qua del Faro”, Tip. Dentro la Pietà de’ Turchini, Napoli, 1835, strada Medina 17): “Aquila cominciò a contestarne il possedimento, e, dopo una nobile e vistosa gara, ottenne nel 1816 che fosse trasportata (il Collegio) dentro le sue mura. Allora non rimase a Sulmona se non una scuola primaria al pari del più piccolo villaggio”. Vi prego meditare sui due ineffabili aggettivi “nobile” e “vistosa” e tirarne le conseguenze. Dov’è la nobiltà di quella azione, se il succube ne rimane spoglio tanto da divenire un semplice villaggio? Graziosa, poi, è l’espressione “dentro le sue mura”, la quale fa pensare ad un incavernamento di roba presa ad altri, anzi strappata, che non sarà mai più restituita, a meno che non si voglia guerreggiare sotto quelle mura ben fornite di mezzi di difesa, darvi la scalata senza badare all’innaffiamento di olio bollente, e servirsi di “arieti” e “catapulte”, come ai tempi di Lalle de’ Camponeschi”

Lucia Arbace, Direttrice del Polo Museale abruzzese, mentre illustra con dovizia di particolari un’opera d’arte nell’Abbazia celestiniana

Questo scriveva ancora Francesco Sardi de Letto ne “La Città di Sulmona” a proposito della abbazia di Santo Spirito, della quale descriveva anche il giorno fatidico della chiusura: “Il 13 febbraio 1807 Giuseppe Bonaparte emanò il decreto di soppressione. Una mezza compagnia di soldati francesi, al comando del capitano Fournier, si presentò alla Badia di S. Pietro Celestino e scacciò i gaudenti monaci. I francesi ripetettero ciò che fu compiuto un secolo prima da quel fra’ Pietro Paolo ai danni della misera vedova pratolana”.

Le violenze dei monaci su vedove e orfani pratolani

E qui si innesta un collegamento con un oscuro e indegno episodio che aveva caratterizzato il rapporto tra l’ordine dei celestini e Pratola che ne costituiva territorio: “L’Ordine della Povertà indossò vestimenta d’oro, si assise nelle imbandigioni opime e s’ingranò nel mondo. Il sogno dell’Anacoreta diventò il delirio di un mentecatto. S’incominciò ad inventariare il patrimonio, a correre dietro alle rendite, a procacciarsi leccornie, a spillare vini di Francia e di Spagna, a lasciarsi trasportare da cocchi con pariglie e famigli, a piluccare fremiti d’amore… Tale sviamento cominciò subito dopo la morte di Pietro (1296). Il Petrarca ebbe a dire che i frati di Celestino, della “Domus Christi Majella”non si mantennero fedeli “inter spelonca sylvestrese (“De vita solitaria”)” “Decisamente quei monaci tradirono Pietro e presero del mondo la parte peggiore: quella, cioè, del ruolo d’incubo verso gente succube delle loro angherie e ladronerie. Litigarono un po’ con tutti: con i Vescovi, tanto che Clemente VIII il 13 aprile 1600 ordinò al Vescovo Cesare Del Pezzo di presiedere il Capitolo Generale dei Celestini per riaffermare la sua autorità in Diocesi”. Sardi de Letto riprende anche un disgustoso episodio raccontato da Antonio De Nino nella “Gazzetta di Sulmona” del 4 aprile 1874: “Un certo fra’ Pietro Paolo della Badia, essendo morto in Pratola Tiberio Di Loreto Lucente, senza lasciare figli maschi, si recò nella costui casa, ed a forza di grida ed urtoni, mandò fuori la vedova e le piangenti orfanelle e gettando la loro roba in mezzo alla strada”.

Per questo forse l’Abate Domenico Angeloni, qualche anno prima che quel capitano Fournier si presentasse all’ingresso dall’abbazia nel 1807 ad eseguire l’ordine di Giuseppe Bonaparte, disse : “Riformiamoci, fratelli, se non vogliamo essere riformati!”

Nell’immagine del titolo  l’affresco “Celestino detta la regola”

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