CONDANNATI A GUARDARLA

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IL PERIODO SCURO DEL PENITENZIARIO TRA LE MURA CELESTINIANE

21 DICEMBRE 2013 – Nascosta a tutti, tranne che ai condannati a guardarla tutti i giorni, talvolta fino alla morte (nella foto: il cortile dei nobili).

L’abbazia di Santo Spirito è stata per oltre 120 anni luogo di esecuzione di pene detentive a lungo termine, cioè un penitenziario. C’è un’ala ancora non restaurata, che si diparte dalla biblioteca, anch’essa ancora com’era nei secoli andati. Si affacciano sul corridoio diverse porte con chiavistelli ormai aperti come gusci di vongole morte, ormai inutili. Su quelle porte si leggono i nomi degli ultimi condannati che nell’estate 1993 si trovavano, forse senza saperlo o senza che loro interessasse molto, nella casa generalizia dei celestini. Per forza di cose e per prescrizione di regolamento, accanto ad ogni nome c’è la data di conclusione della pena, il più breve e burocratico “fine pena”. Qualche nome ha ancora la angosciante parola di tre lettere: “mai”, sebbene, in realtà, occorre mettercisi di impegno per scontare un ergastolo.

Il sepolcro dei Caldora e il refettorio violentato

Il sepolcro del Caldora nella cripta della Chiesa celestiniana

Non c’è niente di scandaloso che accanto al sepolcro dei Caldora (nella foto accanto), finissima espressione di arte rinascimentale, ci fossero celle di omicidi; nulla di contaminante se il grandioso refettorio, dove c’era posto per centinaia di monaci in preghiera durante il desco, fosse adibito a officina o falegnameria per mani che avevano strozzato, violentato, reciso la vita di persone innocenti. L’aspetto inconcepibile di questo nascondere l’abbazia al mondo stava proprio nel privare il mondo di un complesso che eleva, che riconcilia, come e più di tanti luoghi dello spirito, strutturalmente destinati a ridimensionare l’ego e a ricondurre gli animi alla loro dimensione: particelle di un complesso sovrastante e soverchiante, di un ordine superiore.

“Perchè le carceri?” si chiede Francesco Sardi de Letto in un capitolo della sua monumentale “La Città di Sulmona” (editrice del Circolo Letterario, Sulmona, 1973-1977), storia del capoluogo peligno in cinque voluminosi tomi: “E’ proprio confacente questo edificio ad un carcere? Oh, non vi sono maschi bastionati, isole sperdute, o altre località? No! Perchè anche questi posti bestiali non possono più adattarsi al nuovo sistema carcerario. Costruire è necessario nuove case di pena, sì, ma fino ad un certo punto, perchè occorrono opportune case di rieducazione, e non di vendetta. Non un antico cenobio, ricco di opere d’arte e di spazio, ove colonnati, cortili, chiesa monumentale, corridoi ed ampie sale ci dicono una storia colà vissuta, dev’essere tramutato a carcere. Il Parzanese disse: “Un edificio regale come quello di Caserta può assomigliarsi”. Nessuno si sognerebbe di trasformare in penitenziario il Palazzo di Caserta. Il fabbricato occupa una superficie di mq. 16.660 (140 x 119), con cortili, uno dei quali detto “de’ Nobili”, misura mq. 1.920 (41,20 x 46,60), con molto spazio all’intorno. Potrebbe essere occupato ad un’alta scuola sperimentale, con i suoi laboratori, gli studi, le aule, le abitazioni, ecc, dalla quale la Scienza nuova – informata allo spirito di pace dell’antico e venerato costruttore – avrebbe tanto da spigolare per giungere ad un migliore e più cosciente domani per la Umanità. Consideriamo l’attuale penitenziario come un compartimento stagno della durata di quasi un secolo, e cancelliamolo dalla nostra memoria, per sostituirvi il nuovo compartimento attivo, dal quale non più catene ed inferriate di anacoreti e carcerati, ma libertà di sole, di aria, di arte, di scienza, ci racconterà che la vita è bella, specialmente se da questa, con le avvedute seminagioni, ritrarremmo il lievito del Sapere, e, conseguentemente, il benessere della collettività. Che non venga in mente ad alcuno il ripristino di qualche frateria, non – intendiamoci – per poco rispetto verso coloro che volontariamente si congregano per meditazioni trascendentali; ma perchè la Scienza ha pur bisogno di una casa, e quella che noi indichiamo, con il segno di benedizione di un santo Eremita, ha elementi indiscutibili per la meditazione scientifica, per gli studi profondi e per le esperienze audaci. S. Pietro Celestino entrò nel cielo con il cuore; gli Scienziati – anche loro sacerdoti della nuova parola – nello stesso luogo, vi entreranno con il cuore, con i numeri e le equazioni”.

Continuano a pregare anche le stanze vuote

Tempo ne è passato e il carcere ha abbandonato l’abbazia. Non sono arrivati gli scienziati, ma negli ultimi tre o quattro anni quei cortili, quelle gradinate, quel fronte della chiesa che corona concerti di grandi musicisti tentano di raccontare che “la vita è bella” come sosteneva Sardi de Letto; le mostre e la stessa lettura di quanto fu grande il messaggio di Celestino sembrano costituire quel “lievito del Sapere” che lo storico sulmonese prevedeva potesse riprendere ad emanare dall’Abbazia. Previsione invero facile, perchè da un libro aperto non può che emanare conoscenza; e, sempre che non venga chiusa, una abbazia può continuare a parlare anche se sarà stata spogliata di tutti i volumi, degli arredi e dei paramenti sacri, come purtroppo è accaduto per la Casa generalizia dei Celestini.

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