GLI ANNI GLORIOSI DELLA SEDE CELESTINIANA
21 DICEMBRE 2013 – “Ferdinando Re ordina che nessun suddito anche principe si intrometta nelle istituzioni e mutamenti degli ufficiali dei Celestini che spettano solo all’Abate generale al quale bisogna prestare aiuto”.
E’ un documento del 18 giugno 1488 che con pazienza ed esperienza il canonico don Antonino Chiaverini scartabellò nell’archivio dell’imponente istituto conventuale, attraverso la lettura dei “regesti” trasferiti nell’Abbazia di Montecassino da quando l’Ordine dei Celestini fu abolito dai francesi. Il documento (riprodotto nella poderosa “La Diocesi di Valva e Sulmona”, séguito del lavoro di Mons. Celidonio dallo stesso titolo e composta da quattro volumi) dice tutto sulla potenza raggiunta dall’Ordine e dal suo Abate generale nel finire del XV secolo (nella foto: la sinuosa facciata della chiesa dell’Abbazia). E spiega anche il motivo di tanto splendore barocco nell’abbazia: il XVI e il XVII secolo segnarono ancora una ascesa per così dire temporale del messaggio religioso di Pietro da Morrone.
Forse in quell’epoca non si registrano gli eccessi che Sardi de Letto descrive riprendendo testimonianze anche attendibili. Forse quella fu l’epoca felice dell’abbazia, l’età fondante nella quale i monaci non dovevano depredare perchè l’attenzione verso l’esempio del papa rinunciatario era ancora grande nell’Europa intera e i lasciti volontari avevano più successo dei canoni enfiteutici con i quali dopo vennero percossi i pratolani.
Annota ancora “La Città di Sulmona” di Sardi de Letto, che però ha consapevolmente il sottotitolo “Impressioni storiche e divagazioni”: “Il secolo dei maggiori bagordi per costoro fu il XVIII: il secolo delle spille dei cicisbei, delle crinoline alle dame, degli adulteri sopportati scambievolmente dai coniugi e dei trascorsi lieti, impudichi e solleticosi. Nel convento, così ampio e pieno di angoli acconciati con intenzioni afrodisiache, con una foresteria per 100 visitatori, scivolavano donne – signore o contadine, non era il caso di fare gli schizzinosi – s’impiantavano crapule, finanche nella settimana santa, s’ingoiavano manicaretti stuzzicanti (si è trovata una lista di vivande prelibate), rosoli e vini eccitanti”.
Una sorprendente analogia animò le cronache dei giornali nei primi anni Settanta del XX secolo, quando le redazioni furono sconvolte dallo scandalo dei festini all’interno del penitenziario. Invece degli oleografici pane ed acqua, entrarono fiumi di champagne e prostituzione per i detenuti eccellenti. Una inchiesta accertò che gran parte dei racconti era vera. Ma non c’è nessuna maledizione su quel posto: semplicemente l’espressione di un potere che, nei conventi e negli istituti penitenziari, si esercita da sempre in modalità più nette, quando non si applica la Regola e non si applicano le regole. Certo è paradossale che questo avvenga nel luogo più vicino all’eremo di Celestino: ma è l’espressione più evidente di quello che attende il potere quando non è controllato ed è la controprova di quanto fosse giusto il messaggio dell’eremita, quanto fondata la sua diffidenza per le strutture sociali. Più laicamente si potrebbe sostenere che nessun potere illimitato debba consolidarsi, soprattutto negli ambiti più grandi; e, per tornare al punto di partenza, si dovrebbe dire che meglio avrebbe fatto il Re di Napoli a non proteggere così intensamente l’autonomia di una Casa generalizia. Ma Ferdinando aveva dalla sua la speranza che quello fosse un luogo di preghiera.






