E GLI OCCHI DELL’OMICIDA EBBERO UN LAMPO

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L’organo nella chiesa dell’Abbazia celestiniana

STORIE DI RIEDUCAZIONE FALLITA TRA LE CELLE DEI MONACI

21 DICEMBRE 2013 – C’era un’abitudine alla Festa settembrina di San Basilide, protettore degli Agenti di Custodia come si chiamavano all’epoca: quella di far entrare i giornalisti in uno dei penitenziari più aspri del centro-meridione d’Italia.

La grande speranza del cappellano

Era una scelta coraggiosa, non tanto per il pericolo di scene violente (il “Sorvegliare e punire” di Focault aveva insegnato molto in materia di controllo dei detenuti, pure al direttore Ziccone, efficiente, ma puntigliosamente fiero nel rimarcare di non averlo mai letto), quanto perchè il carcere si presentava per quello che era, ben prima che piovessero una decina di miliardi di lire per ripristinare gli splendori di un tempo. E i giornalisti vedevano e si accupivano. Con il consueto pragmatismo, unito a grande gentilezza nei modi, don Peppe Caravelli, cappellano e vero padre spirituale, ci disse: “Adesso ti faccio conoscere una persona straordinaria” e ci fece deviare dal percorso, ma solo di poco, solo sotto l’occhio per niente ingenuo di un agente. Nelle cucine si fece avanti un ometto, timido, silenzioso, sempre in attesa che don Peppe gli dicesse cosa doveva fare. “Questo è uno dei più bravi qua dentro. Questo sa cosa ha fatto e adesso sta migliorando, ha trovato la sua strada. Mo’ dagli la mano, chè lui se l’aspetta”. Ed infatti fu lui a porgere la mano.

La mano era un’àncora, andava concessa

L’incontro ci sembrò più che altro strategico: ricavammo l’impressione che don Peppe lo usasse per convincere prima di tutto il detenuto di star meglio e di trovarsi sulla via giusta. Ma si parlava tanto di rieducazione, Alfonso De Deo, il dottore, si dannava tanto pur di trarre ottimistici segni di vittoria nella psicologia del recupero, che non tendere la mano sarebbe stato crudele con loro, gli assertori, più che con i detenuti: e poi dare la mano non ha gran significato di adesione, l’abbiamo data all’ayatollat Khalkhali, ministro della giustizia di Khomeini di passaggio a Fiumicino nel 1980 proprio nella temperie delle forche, l’abbiamo data a  giudici che ne hanno fatte peggio del diavolo.

Gli occhi del detenuto si illuminarono di una luce strana, non scevra di qualche cosa di indefinito e non siamo ancora sicuri che il suo atteggiamento non fosse il risultato di qualche psicofarmaco; ma stava lì da almeno sei anni, poteva dipendere anche dalla morte del cuore che viene agli ergastolani per fatti di sangue quando capiscono quello che hanno fatto. Aveva ucciso la moglie in una periferia triste di Sulmona nel febbraio 1971. Le aveva sparato senza pietà, sulle scale di casa. Poi era diventato un detenuto modello, o almeno ben modellato. Ne sentimmo di nuovo parlare venti anni dopo il crimine: era uscito da poco e non aveva resistito alla tentazione di ripetere la stessa scena con la nuova compagna, donna disperata che ne era rimasta affascinata e che lo seguì “senza una ragione, come un ragazzo segue un aquilone”, per dirla con Fabrizio de Andrè nella sua canzone di Marinella.

Dal carcere non è uscito più vivo e non vi ha trovato nessuno che lo rimodellasse.