I RACCONTI DEL GIZIO – IL PICCOLO UOMO CHE SI PREPARAVA ALLA VITA ACCANTO A LUPI, MULINI, ANATRE E CORVI, PENSANDO ALLA MAESTRA GELSOMINA

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FATICA ED ECHI DI ANNEGAMENTI NELLA GIUNGLA DI PIOPPI

11 APRILE 2023 – Il lupo cattivo non stava nel bosco. Girava intorno al mulino che riceveva la forza del Gizio e la trasformava in farina, appena a duecento metri dalle mura cittadine. I cani che vigilavano su grano e farina dovevano a loro volta essere protetti. Il mugnaio, per questo, raccomandava al figlio ancora bambino di chiuderli bene dentro, perché i lupi li avrebbero sbranati in meno di un giro di macina. Forse già lo avevano fatto in tempi recenti, comunque molto dopo che le favole scritte per altri bambini avevano finito di raccontare di cappuccetti rossi e nonne che aspettavano a letto con denti troppo grandi per sembrare veri.

Un tratto di fiume per i giochi delle anatre

Il fiume regalava l’energia per girare le ruote e si ricomponeva pochi metri dopo per rinvigorirsi e prepararsi al mulino successivo, dopo averne attraversati almeno altri venti e prima di raccogliersi in un’altra vigorosa discesa per un fragoroso salto nel vuoto (nella foto del titolo).

In attesa di chiudere porte e recinti per proteggere i cani che dovevano proteggere lui e le scorte, il bambino aveva vegliato fino a notte tarda sulla macina che girava sempre con lo stesso rumore e si era imbiancato il grembiule nero e il fiocco azzurro con i quali il giorno dopo sarebbe dovuto andare a scuola, vestito come era uscito di casa.

Il rumore sordo e sempre uguale gli conciliava il sonno, che la mattina dopo sarebbe stato ancora troppo per fargli ascoltare le lezioni della maestra Gelsomina. Tra la paura del lupo e quella delle bacchettate della severa Gelsomina non sapeva cosa scegliere. E infatti non sceglieva, perché alla fine affrontava questa e quelle.

Ma la vita nella piccola valle umida, dove veloci crescevano pioppi giganteschi, lo cullava e gli regalava la compagnia di animali che popolavano i suoi sogni anche delle notti al lume fioco di lampadine antiche. I bambini, quando hanno padri energici, non si abbandonano mai alle paure e finiscono per selezionare con cura i compagni di giochi almeno nei sogni. Da grandi, poi, ricordano tutte le avventure che li hanno temprati e sentono di poter superare ogni ostacolo, se quelli più spaventevoli li hanno già alle spalle. Forse per questo, se partono e vanno lontano, riescono a vincere molte sfide.Le vite che si scontravano con altre vite nella piccola giungla senza divieti scritti, ma con regole ferree, insegnavano molto della vita che avrebbe atteso il bambino non appena fosse cresciuto un po’ per affrontare altre giungle.

Accadevano attorno al tratto di fiume nella periferia della città fatti che si raccontano nei romanzi. Venivano replicati e arricchiti di particolari truci dalle lavandaie del grande lavatoio, tanto grande da ospitare senza troppo darlo a vedere il corpo di un uomo che fu trovato in un’alba nebbiosa, non si sa come finito nella vasca gelida e lì rimasto senza forze e senza coscienza, a confermare che la realtà supera sempre anche la fantasia delle storie inventate. Brutte sensazioni evocava il cadavere gonfio dai lineamenti irriconoscibili: almeno stando ai racconti a tinte fosche delle lavandaie. Era un motivo in più per non avvicinarsi troppo alla vasca del grande lavatoio, presidiata nel pomeriggio da uomini che controllavano le donne mentre lavavano: fumavano sotto i loro cappelli neri a larghe tese, nei loro abiti scuri ben preservati dal rischio di imbiancarsi di farina, distanti dalla fatica e assorti nel ruolo di vigilanti.

Il lavatoio dal quale riemerse il corpo di un uomo misteriosamente scomparso

Corvi uguali a loro volteggiavano sulle cime dei pioppi, ma il loro gracchiare era ingentilito dal timidissimo starnazzare di anatre venute da lontano: non tutto l’anno, solo quando il fiume si ingrossava di acqua della neve appena sciolta e le accoglieva tutte per il poco tempo che serviva loro a ritemprarsi, a lasciarsi girare dai vortici che rinascevano dopo le cascate e i mulini, nella imitazione di danze raccontate in fiumi più aristocratici e un po’ più blu. Le immagini di quella giungla vivibile si incidevano nei ricordi del bambino dal grembiule imbiancato e lo aiutavano ad imparare che la vita è un passaggio breve, talvolta confinato tra un assedio di volpe ed un agguato di lupo, in un continuo scampare che non contempla indugi: distante appena qualche centinaio di metri dalle sequenze regolari e monotone della città.

Del resto, la fatica era il tema dominante di un angolo di paradiso non ancora perduto, ma in procinto di perdersi. Ad eccezione di quegli uomini neri dalle mani in tasca, tutti i personaggi della piccola valle si imbattevano nella fatica e se ne facevano compagni, come le famigliole di ritorno dai campi aiutavano gli asini a trascinare i carretti dal ponte sul fiume fino alle porte della città. Vivevano in perfetta simbiosi con l’ambiente che accoglieva anatre e lupi, muschi e farfalle. Le trasformazioni che non assecondavano questa simbiosi tolsero molto fascino ai paraggi, come quando, per eliminare un passaggio a livello, fu costruito un sottopassaggio, dove altri vili agguati attendevano giovani donne solo in parte contadine e non c’erano più uomini che fumavano sotto cappelli a larghe falde. Se n’erano andati con le ultime lavandaie: le nuove storie della giungla umana non potevano neppure più essere raccontate e infarcite tra saponi e ceste di vimini. Non ci sarebbero state parole, prestate dalla fantasia, a descrivere il nuovo mondo senza regole e senza rispetto, nel quale il lupo era l’animale meno malvagio e le anatre lasciavano il posto ai serpenti.

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