MUTAZIONI SUL FRONTE DEL CONTROLLO DEL TERRITORIO MONTANO: LA STRAGE DEI LUPI E L’IPOTESI DI SPECULATORI VENUTI DA LONTANO
10 MAGGIO 2026 – Gli avvelenamenti di decine di lupi, nel volgere di pochi giorni, rischiano di vanificare le politiche di tutela ambientale di decenni, ormai più di cinquanta anni, in tutto il Parco nazionale; quindi, anche nell’ampia fascia che lo circonda. L’intento doloso, pare, ormai sia fuori discussione: occorre solo vedere quante mani organizzate (e da chi) abbiano convenuto una simile operazione che richiede non mezzi speciali, ma speciali attenzioni. L’ipotesi che le azioni delittuose siano legate alla “mafia dei pascoli” e servano, quindi, a bonificare (in senso curiosamente opposto alla restaurazione delle condizioni di vita naturale) terreni di altura in modo che siano funzionali alle procedure della percezioni di finanziamenti pubblici è solo una di quelle che le Procure della Repubblica di Sulmona e di Avezzano stanno battendo.

Ma, anche a scartarla, si deve registrare una modifica sostanziale dei protagonisti della “caccia al lupo”, fenomeno che risale a secoli passati. Non in questa versione. Paradossalmente, adesso la partita si gioca con coltivatori e pastori e lupi, da un lato, e, dall’altro, nemici non meglio identificati, se non in quelli della ipotesi sulla quale si incomincia ad indagare. Adesso la tutela del territorio non divide i lavoratori della zootecnia e dell’agricoltura dagli ecologisti. Lo scempio riguarda prima di tutto chi rischia la desertificazione, lo squilibrio irreversibile della catena alimentare, con la proliferazione inarrestabile delle prede, come i cervi e i cinghiali. Contro i cervi la Regione indisse l’anno passato un “safari” contenuto nell’ambito della caccia selettiva, tanti erano gli esemplari di ungulati che recavano danni alle colture e pericoli per la circolazione. Contro i cinghiali non sembrano esserci misure idonee, tale è il loro ritmo di riproduzione e la voracità con la quale vanificano intere stagioni di lavoro e un’infinità di sementi, concimi e prodotti antiparassitari.

Allora i protagonisti di questo aspro confronto non possono restare coltivatori e allevatori da una parte e speculatori, dotati di rilevanti mezzi, dall’altra. Occorre impiegare adeguate forze che consentano un controllo effettivo su tutto il territorio: siano esse le guardie del Parco, oppure Carabinieri e Polizia (non più Guardia Forestale, per quanto assorbita dai Carabinieri per la dissennata riforma del Governo Renzi; a suo tempo aveva una struttura funzionale a contrastare proprio queste scorribande criminali). Per quanto possa apparire difficile, il controllo del territorio nel Parco nazionale è favorito dalla convergenza di numerose vie di accesso e la tecnologia negli ultimi anni fa il resto. Il lavoro delle Procure della Repubblica è difficile perché non è stato fatto l’altro, cioè proprio quello volto al controllo: anzi la montagna, per quanto attragga crescenti risorse turistiche, è stata abbandonata come mai si è verificato prima. Ed è soggetta a isteriche prese di posizione che hanno diviso tutori professatisi di gran fede e fruitori ai quali non si riconosceva la “patente” per frequentarla. Si è arrivati all’eccesso di considerare quasi delittuose le gare di motociclette per il disturbo che recano agli animali; ma in queste due settimane hanno levato la loro voce di protesta per la mattanza dei lupi solo un paio di associazioni naturalistiche. Al processo per l’uccisione di un’orsa annunciano costituzione di parte civile non si sa quante decine o centinaia di “parti offese”; ma dell’aggressione al territorio, per mafia dei pascoli o più semplici e sconosciuti fini, non sono arrivate alle redazioni dei giornali né voci di condanna, né proposte di intervento.






