“CABIRIA E’ UNA BOIATA. MEGLIO GIRARE LE METAMORFOSI”

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SCONOSCIUTI RETROSCENA DEL D’ANNUNZIO CINEFILO

6 LUGLIO 2013 – E’ una enciclopedia dannunziana quella che Silvano Console snocciola nel suo intervento al convegno su “D’Annunzio, Flaiano e il cinema”, perchè conosce anche la lunghezza in chilometri della pellicola “Cabiria” (nel titolo il manifesto del colossal diffuso nel 1914), film muto con didascalie del Vate: oltre quattro chilometri di celluloide per le quattro ore di immagini, ridotte a due ore e da lui ridefinite con capacità di sintesi forse non ripetibile, in quarantacinque minuti. C’è di tutto nella aneddotica appagante: dalla smargiassata del Vate di voler incassare le 50.000 lire di compenso promesso per dare la “rossa carne” ai suoi 39 levrieri allevati a Parigi. C’è l’aneddoto della definizione, in privato, di quel “Cabiria” come una “boiata”, ovviamente dopo aver incassato; quasi anticipo di quello che dirà Fantozzi sulla “Corazzata Potemkim”.

Ma c’è una chicca che merita la citazione per chi abita nella “stessa terra irrigua” che legava D’Annunzio e Ovidio (come il pescarese si inorgogliva a ripetere; v. “D’Annunzio e Ovidio: nati dalla stessa terra irrigua” nella sezione OVIDIO di questo sito). Se fosse stato per D’Annunzio, avrebbe dato dialoghi e didascalie, magari verbose, di quelle che non sarebbero piaciute certamente ad Augusto, alle “Metamorfosi” di Publio Ovidio Nasone per trasporle nel cinema. Avrebbe voluto chiamarle “Trasfigurazioni” (v.: “Quando D’Annunzio ridenominò le Metamorfosi in trasfigurazioni” nella sezione OVIDIO di questo sito) se il regime, oltre alla ridatazione del calendario, avesse potuto barbaricamente rinominare la stessa essenza della letteratura latina.

C’era un atteggiamento di spocchiosa superiorità dei letterati per questa nuova forma di arte; ma D’Annunzio, che tutto tentò e immaginò, prestava molta attenzione a tutte le forme di comunicazione. Il mezzo lo attirava, i contenuti avrebbe ben potuto imprimerli lui, se con un attimo arrivava a chiamare “La Rinascente” un grande magazzino sorto sulle ceneri di un antico negozio; o “Maciste” che non sta in nessun angolo della mitologia. Ma la risposta fu uno sbarramento netto: non è da mettere in pellicola il monumento di Ovidio. Chissà quanti chilometri di pellicola sarebbero stati necessari per tradurre tutti i miti e centinaia di protagonisti; e quanti levrieri avrebbero mangiato per anni.