MA LA SUA IMPRONTA VENIVA DALLA VECCHIA PESCARA
6 LUGLIO 2013 – Paolo Murialdi riprese come esempio di efficacia e di precisione questo titolo che “Il Resto del Carlino” dedicò ad un servizio sulla importanza della figura del Vate a Pescara, quando la catena di quotidiani di Attilio Monti cercava di dare una spallata al “Tempo” e al “Messaggero” in Abruzzo. Nel suo fondamentale saggio “La stampa italiana nel dopoguerra” (edito nel 1973 da “Laterza”), il presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana lo indicava come materia di studio per analizzare la idoneità di sintesi di un titolo di giornale quotidiano. Il titolista voleva avvertire il lettore che, sì, D’Annunzio era pescarese, ma la sua vita era stata… altrove, la sua maturità letteraria si era compiuta, per necessità, a Roma e anche, dopo, nella sontuosa residenza sul Lago di Garda, dove di fatto il regime lo aveva confinato per non averlo potuto controllare e finalizzare agli scopi più immediati della dittatura.
Un titolo valido dopo cinquant’anni
Dopo aver reso omaggio all’intuito del giornalista, purtroppo sconosciuto come quasi tutti i titolisti, dobbiamo titolare nello stesso modo questo servizio sul convegno che ieri ha concluso “Pescara-Real Piazza” al “Museo delle Genti” di Pescara.
“D’Annunzio, Flaiano e il cinema” ha rivelato mille aneddoti, ma anche varie storie portanti dell’esperienza culturale di due colossi come D’Annunzio e Flaiano. Tuttavia ha dovuto ripetere una grande verità, questa volta attraverso le parole di Silvano Console, che ha attratto a sé l’attenzione della serata, non solo per l’allestimento di una serie di spezzoni di film, ma anche perchè ha reso omaggio alla statura di D’Annunzio, respingendo il protocollare: “A me D’Annunzio non piace” del moderatore, una specie di lasciapassare per non correre rischi di identificazione. Il poeta non va giù alla sinistra, che non ha il coraggio di riconoscere che lo ha sempre denigrato solo perchè non hai detto di essere antifascista e in qualche caso era più fascista di Mussolini, al quale suggeriva come essere fascista. Un letterato che non offre il fianco a riscoperte postume e posticce, che hanno fatto la fortuna finanziaria di molti mediocri, non è utile alla retorica dell’antifascismo dal 26 aprile 1945 in poi, modellata spesso con i canoni e con la stessa terminologia di un regime che ci ha mandato al massacro perchè non aveva seri oppositori nella società italiana.
Lo spirito vigile contro le idiozie e le dittature
Quindi “D’Annunzio? Lui sta a Gardone”; anche per la timidezza nel considerarlo l’espressione di una città anticonformista come era la Pescara di fine Ottocento e dei primi del Novecento, quando ha dato i natali a Ennio Flaiano. Console ha riproposto il dialogo irripetibile tra un Aldo Fabrizi maresciallo dei Carabinieri e un Totò in fuga in “Guardie e ladri” di Monicelli. Pochissimi sapevano che quel contrasto tra due mondi e due mentalità è stato scritto tutto da Ennio Flaiano, prima di essere derubato, da molta parte del cinema italiano, delle idee, delle battute, dei nomi di fantasia che la sua geniale impronta pescarese di Piazza Garibaldi gli aveva offerto in dote negli anni della giovinezza e senza risparmi. Può essere stato un caso che D’Annunzio, Flaiano, Cascella e Cicognini (altra colonna del cinema italiano, ma per la musica) abbiano avuto successo in vari settori della cultura in Italia. Ma non può essere stato un caso che siano nati ed abbiano vissuto la loro giovinezza nel quadrilatero che Console ha tracciato proprio in una mappa dei caseggiati attorno a Via delle Caserme, fino alla vecchia Piazza XX Settembre, ora Piazza Alessandrini. E così frutto dell’orgoglio pescarese (ormai del tutto perso a giudicare dai tentennamenti della città a prendere la guida della Regione) è stato l’episodio di Flaiano, che, partito insieme a Fellini, Mastroianni ed altri per andare a ritirare l’oscar per la “Dolce Vita”, scoprì di essere stato sistemato in classe turistica e, per giunta, che del suo disappunto non interessava nulla a Fellini.
Roma e New York andata e ritorno
Tempo di arrivare a New York e di prendere il primo aereo per tornare in Italia. Se non avesse avuto questa spina dorsale, Flaiano non avrebbe potuto scrivere niente, o molto poco, di quello che ancora infarcisce i discorsi di molti letterati per la citazione di battute di spirito; finanche, colmo dell’onta, di letterati organici. Non sarebbe stato quel caso irripetibile del cinema, quella persona triste, ma consolatoria per tutti quelli che cercano di usare il cervello; che sa essere cinico con se stesso quando afferma, quasi guardandosi allo specchio, che il soggettista è “quello che attacca il padrone dove dice l’asino”. Fiore all’occhiello della Pescara culturale anche Ennio Flaiano, che non potè imporre mode, definizioni e imprese a nessun fascismo, ma che staffilò l’idiozia e il conformismo, primi presupposti per la riaffermazione di altri fascismi. In molta parte Flaiano è rimasto inascoltato e per lui non c’è stata neppure la necessità di confinarlo a Gardone.






