LETTURE DOMENICALI – TANTO ERA ANTICRISTO CHE MORI’ SENZA RESUSCITARE

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LA SORPRESA DI UOMINI DI CHIESA PER L’AVVERARSI DI AVVENIMENTI OPPOSTI ALLE PREVISIONI SU FEDERICO II – L’OSCURANTISMO DEL XIII SECOLO E LA DIFFUSIONE DELLE SCIENZE IN EPOCA SVEVA – LO “STUDIUM” DI DIRITTO CANONICO A SULMONA SOPPRESSO DAGLI ANGIOINI

9 OTTOBRE 2022 – Scriveranno ancora per molto gli storici sulla vita di Federico II e sulle vicende che attraversarono il XIII secolo in Italia, tale è stata la correlazione tra l’uomo e la penisola. Forse dovranno passare altri secoli prima che ci si possa avvicinare all’obiettività, perché per molto tempo dopo la morte di Federico II sono state scritte storie ed interpretazioni fortemente condizionate dal difficile rapporto che l’imperatore ebbe con la Chiesa; dunque, per molto tempo rappresentare la Chiesa o soltanto essere fedeli di Roma significava dover esprimere giudizi fortemente negativi sull’uomo che, venuto dalla remota stirpe degli Hohenstaufen, avrebbe solcato il Belpaese per acuire la lotta tra guelfi e ghibellini e per sobillare città e regioni contro il papa.

Tuttavia, per quello che si può dire quando circa ottocento anni ancora non sembrano sufficienti ad esprimere una valutazione storica (sebbene la Chiesa  abbia rivisto molti dei giudizi, pur nella considerazione della “infallibilità” dei papi che lo scomunicarono), occorre notare anche aspetti umoristici della denigrazione alla quale fu sottoposto Federico II mentre ancora era in vita e soprattutto quando era appena morto. E’ degna di nota la reazione di Salimbene da Adam, un francescano del XIII secolo che letteralmente rimase travolto dalla morte di Federico, quando ne apprese dalla viva voce di papa Innocenzo IV, nel 1251, pochi mesi dopo quel 13 dicembre che segnò il trapasso dell’Imperatore. E lo smarrimento di Salimbene (discendente peraltro da una nobile famiglia di Parma e uomo erudito, forse anche colto) consisteva tutto nella considerazione che era morto un… Anticristo.

Come proprio Salimbene scrive nella sua “Chronica”, da “Johachita” che si riteneva a 29 anni, aveva previsto che Federico compisse molte più nefandezze di quelle delle quali era stata costellata la sua vita: “Eram enim Johachita et credebam et expectabam quod adhuc Fridericus majora mala esset facturus quam illa quae fecerat, quamvis multa fecisset”. E stupore i seguaci dell’abate Gioacchino ebbero come Salimbene (che poi ripudiò, come fanno molti esaltati, quel suo innamoramento, e infatti “eram Johachita”) quando Federico morì a 56 anni, mentre le loro previsioni lo davano in vita fino a settanta anni.

Inizialmente ritenuto raffigurante Re Ladislao, questo affresco rinvenuto in un palazzo lungo la strada principale di Sulmona e ora conservato al museo civico, raffigurerebbe Federico II secondo una ipotesi formulata dal dott. Ezio Mattiocco in “Sulmona in età sveva” nell’VIII centenario della nascita dell’Imperatore (1995). Mattiocco propende per questa ipotesi alla luce del colore e della lunghezza della capigliatura, nonchè dei tratti del sovrano. Gli stessi elementi farebbero optare, però, per ravvisare un ritratto del figlio Manfredi, che fu a Sulmona nel 1263 e potrebbe, secondo Mattiocco, “aver ispirato un artista del posto”

Previsioni che costituivano il miglior passatempo di apprendisti stregoni (da qui la caratterizzazione del Medioevo come il tempo dei secoli bui), in linea con l’atteggiamento dell’abate Gioacchino, quando, alla nascita di Federico, disse al padre, Enrico VI: “Perversus puer tuus, nequam filius et heres tuus, o princeps”, secondo il pettegolezzo che, siccome Costanza era troppo avanti negli anni, le era stato passato il figlio di un macellaio perché lo mostrasse nel castello di Jesi. Buffo fu che poi un papa in persona facesse da tutore ed educatore di Federico, nell’epoca nella quale i papi, per la loro origine, non perdevano tempo dietro al figlio di un “beccaio”. Tutto volgeva, in vita come in morte di Federico II, a rappresentare come maledetta la stirpe degli Hohenstaufen, al punto da muovere il papa in persona per la decapitazione dell’ultimo erede, Corradino, nipote di Federico, nella piazza del Mercato a Napoli dopo la sconfitta di Tagliacozzo. “Vivrà Corradino e morirai tu; morirà Corradino e vivrai tu” fu la… cristiana alternativa proposta da Clemente IV a Carlo d’Angiò (ma su questa frase non abbiamo fonti dirette e, per evitare di ripercorrere il metodo di Salimbene, mettiamo in guardia).

Particolare dell’affresco con il pomo nella mano destra

L’idillio tra il papato e Federico (dunque la più chiara smentita dell’analisi del… dna compiuta da Gioacchino) era durato a lungo, e proprio in virtù dell’alleanza tra Roma e il “princeps”, questi era stato incoronato Imperatore del Sacro Romano Impero nel 1251 ad Aquisgrana e nel 1220 a Roma; poi venne la scomunica, da altro papa, quando Federico non intese partire per la crociata.

La rappresentazione di Federico come l’Anticristo portò ad una congerie di stucchevoli gag, come la sorpresa per la sua morte e per l’anticipo sull’età preventivata, ma anche di crudeli sortite di uomini di Chiesa e di fede. Ai funerali del figlio Enrico VII, il frate celebrante parlò di Federico come di Abramo che affonda la spada sul figlio (il riferimento era alla condanna a morte per tradimento, peraltro mai eseguita e tramutata in prigionia). Mentre molti si attendevano l’immediata uccisione del frate, Federico si fece mandare la reportatio, “sensibile alla bellezza della predica e alle sue considerazioni sulla giustizia”, come annota Oliver Guyotjeannin in “Federico II”, Enciclopedia Fridericiana, Treccani, vol, II, pag. 603 nella voce Salimbene De Adam.

Sensibilità alla bellezza, attenzione ai temi della giustizia e contrasto all’oscurantismo che aveva pervaso e avvelenato gli avvenimenti della sua nascita e della sua vita: Federico cercò la sua strada attraverso la promozione dei luoghi dello studio e della scienza, come l’università che istituì a Napoli e quella Scuola di diritto canonico che fu presente a Sulmona in epoca sveva, a tal punto considerata una università che Re Roberto d’Angiò, con atto del 23 ottobre 1309, la soppresse per impedire che si rapportasse come concorrente a quella della città partenopea.

Un quadro complesso emerge dalla burrascosa vita dello “Stupor mundi”; ma certamente un quadro dal quale occorrerà espungere, nei prossimi secoli, le incrostazioni di partigiane e in qualche caso menzognere affermazioni, perché indirettamente si possa avere la reale descrizione di quello che sarebbe stata la città di Sulmona se a prevalere sui maleficii, sulle predizioni di ciarlatani, sulle alternative assassine suggerite da un papa, fossero stati gli studi e le intelligenze di un XIII secolo abruzzese, rivelatosi purtroppo effimero.

Il Papa Clemente IV