PERO’, CHE CARRIERA QUEL GIUDICE

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ENRICO DI MORRA PRESIEDETTE LA MAGNA CURIA DI FEDERICO II RIUNITA A SULMONA PER UNA DISPUTA TRA L’ABBAZIA DI MONTECASSINO E I FEUDATARI DI PETTORANO – IL FONDAMENTALE RILIEVO DELLE LEGGI E DELLE SENTENZE NELL’IMPERO DEL XIII SECOLO

10 OTTOBRE 2022 – Era al vertice della Magna Curia quando venne a Sulmona per sentenziare su una rilevante contesa, nel “giustizierato” che Federico II istituì nella città di Ovidio. La carriera folgorante di Enrico di Morra, che ricoprì ruoli anche più importanti dello stesso Pier delle Vigne protonotaro del Sacro Romano Impero di Federico II, dimostra quale importanza abbiano avuto le “curie” regionali: autentiche ramificazioni dell’Impero, che attingevano da risorse intellettuali delle più recondite realtà urbane ed agricole e che costituirono quel decentramento avanzato, oggi solo auspicato dalle leggi fondamentali della repubblica. Nella Magna Curia e nelle curie regionali si applicarono dal 1931 le Costituzioni di Melfi. Lo stesso Pier delle Vigne (più correttamente Pier della Vigna, da Petrus de Vinea) era giudice a latere del collegio presieduto da Enrico di Morra, in Terra di Lavoro nel 1223.

Particolare che meglio dimostra la complessità dell’apparato giudiziario voluto da Federico II secondo una formula che consentisse un certo affidamento delle parti negli uomini che dovevano “ius dicere”, proprio Enrico di Morra sentenziò a Sulmona (cioè nella “curia” d’Abruzzo) a favore di due monasteri dipendenti da Montecassino e contro i signori di Pettorano, nel 1232, come annota Hubert Houben in “Federico II”, Enciclopedia Fridericiana edita da Treccani (vol. I, pag. 526).

E non è a dire che Pettorano sul Gizio fosse una landa desolata o tanto periferica da non interessare l’Imperatore in persona, visto che la concesse al figlio naturale primogenito Federico, ancorchè questi poi, pur riconosciuto, entrò in contrasto con il padre e sottoposto a processo per il quale riparò in Spagna; ma l’importanza del feudo non diminuiva per questo.

Enrico di Morra fu espressione della riforma federiciana della giustizia, quando dal 1221 i giudici erano solo professionisti. Quando presiedette il collegio da “magne imperialis curie magister iustitiarus” era già stato alla corte di Federico in concomitanza della emanazione delle Costituzioni di Melfi e fino alla sua morte, nel 1242, fu “in pratica una specie di primo ministro di Federico II”, rileva ancora l’Houben. I suoi tre figli presero parte alla fallimentare congiura di Capaccio e furono per questo accecati o giustiziati da Federico II.

Solo un anno dopo la “Magna Curia” si riunì ancora una volta a Sulmona. Fu l’ultima decisione resa al di fuori della corte imperiale e a presiederla era Enrico da Tocco, anch’egli giudice professionale, coadiuvato da Benedetto d’Isernia (che, oltre ad essere giudice, fu anche professore nello “Studium” napoletano inaugurato da Federico II, e componente della commissione che preparò le Costituzioni di Melfi) e da Guglielmo di Tocco, giudice relatore, come annota  Errico Cuozzo, nella stessa enciclopedica opera, ma alla voce “Magna Curia” (vol. II, pag. 248).

Dalla connessione di tante, sparse notizie attinte in migliaia di lavori riscontrati e riletti nelle tremila pagine della “Fridericiana” si ha l’idea di quanto il vero punto di riferimento della giustizia nel Sacro Romano Impero sia stata proprio Sulmona. In considerazione del ruolo che questa città aveva raggiunto nel XIII secolo, Celestino V scelse il luogo del suo eremitaggio e di una battaglia contro le espressioni più forti dei poteri sulla Terra: a scrutarla dalle rocce del Monte Morrone, intrattenendo rapporti con quelli dei suoi abitanti che fossero mossi dalla curiosità o dalla fede per la sua predicazione.

Nella foto del titolo: Ritratto di sovrano svevo (particolare) – Museo civico di Sulmona, affresco rimosso dal Palazzo Caracciolo nella attuale Piazza XX Settembre