CELESTINO V, SULMONA E I MALI DEL MONDO NEL XIII SECOLO

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LO STRANO LEGAME DELL’ANACORETA CON UNA CITTA’ AFFARISTA E LAICA

24 AGOSTO 2010 – Si sono concluse le celebrazioni della 716^ edizione della Perdonanza, legata al nome e all’esempio di Celestino V, Papa della grande rinunzia e Santo proclamato da Clemente V (nella foto del titolo alcune reliquie conservate nel museo della Cattedrale).

I rapporti tra Pietro Angioleri con Sulmona, prima e dopo i quattro mesi scarsi di Pontificati, sono oggetto di un capitolo della “Storia civile di Sulmona – Dal municipio romano alla città medievale (secc. I-XIII)” di Aldo Di Benedetto – Accademia sulmonese degli Agghiacciati, 1990, tip. Labor, pagg. 1-272, dal quale sono riprese testualmente le seguenti valutazioni:

“Le speciale predilezione di S. Pietro Celestino per Sulmona resta un enigma. La città, per ciò che rappresentava, era in antitesi con i fini che egli si riprometteva nel campo della società, della economia e del lavoro. L’Ordine da lui fondato e consacrato allo Spirito Santo, il cui avvento era ritenuto prossimo dopo la morte di Federico II, l’anticristo, che – non a caso – aveva riconosciuto e decretato Sulmona capitale della nuova regione d’Abruzzo, l’Ordine da lui fondato, dicevo, doveva riaffermare il primato della semplice civiltà rurale anche nelle istituzioni, per cui si adoperò “politicamente” per inserirlo nel regime e nella economia del feudo, dove lavoro, produzione, scambi e consumo erano organizzati nel sistema curtense. Pratola fu il feudo che egli chiese a re Carlo II quando vi transitarono insieme (primo centro incontrato) nel corso del viaggio verso Aquila per l’incoronazione.

“Perché allora il suo grande affetto verso Sulmona e verso i Sulmonesi (“qui affectione sincera Sulmonenses diligit”, dice ancora l’indulto di re Carlo II)? Fu forse l’amore che il cristiano deve  avere per il peccatore perché si redima? Oppure bisogna dare una risposta psicologicamente più complessa? E perché a loro volta i Sulmonesi amarono  tanto il “loro” santo, che pure era il campione di un movimento ostile alla loro città? Di certo sappiamo solo che egli, così semplice e ingenuo, sfuggì con uno “stratagemma” alla scorta, che lo conduceva a Roma, per tornare a Sulmona. E qui, a Sulmona, egli sarebbe rimasto perché qui, nell’eremo del Morrone o nell’Abbazia di S. Spirito, sentiva che stava la sua casa.

“La missione e la personalità di S. Pietro Celestino diventano più chiare se inquadrate nel clima della realtà sulmonese del XIII sec., che vide la città raggiungere prima il punto più alto della sua storia nell’ambito della ormai affermata realtà urbana abruzzese, e poi iniziare la lunga e lenta, ma costante nei secoli, sua decadenza politica. Il rapporto avversione-amore di S. Pietro Celestino con Sulmona durò più di 50 anni ed ebbe momenti alterni, secondo lo svolgersi delle fortune della città.

“Vi arrivò tra il 1241 e il 1242 per riunire nelle vicinanze della città (4 Km.), in una zona selvatica e spopolata, là dove ora sorge la Badia Morronese, un primo nucleo di monaci-eremiti, contestatori della nuova civiltà affarista, che nell’area abruzzese aveva l’esempio maggiore proprio a Sulmona, giudicata perciò manifestazione di Satana. L’eremita-agitatore confidava a ragione che la sua iniziativa sarebbe diventata presto oggetto di attenzione da parte di folle sempre crescenti, formate dal campionario più vasto di sofferenti, di delusi, di vinti, di derelitti e di tribolati, ai quali il nuovo mondo cittadino non offriva nulla né dava conforto. Il nuovo movimento viveva i fermenti pauperistici del secolo e perciò rischiava di porsi nella scia dei movimenti eretici. Ma egli  seppe riportarlo subito sulla via dell’obbedienza alla Chiesa, tanto da ottenere senza difficoltà al tempo giusto il riconoscimento dell’Ordine, nonostante il momento difficile per la diffidenza della Chiesa verso i nuovi Ordini, che si andavano formando, spesso portatori di eresie.

Ma qualcosa rimase sempre, forse inconsciamente, nel fondo del suo animo giacchè anni dopo, nel 1294, ricevette durante i giorni dell’incoronazione ad Aquila i “francescani dissenzienti”, ostili ai frati minori e alla loro “regula bullata”, cioè mitigata rispetto a quella inizialmente dettata da frate Francesco. In quella occasione, infatti, acconsentì alle loro istanze permettendo con la sua autorità di Pontefice che formassero un nuovo sodalizio religioso chiamato dei “Poveri Eremiti di Celestino”, che poi nel 1302 venne soppresso da Bonifacio VIII insieme con la condanna della setta dei fraticelli (secta fraticellorum), arrabbiati predicatori contro i valori legati al benessere e al profitto, e contro la Chiesa gerarchica accusata di legami col potere politico ed attenta solo ai valori secolari, estranei al messaggio evangelico.

S. Pietro Celestino è legato a Sulmona nel sacro e nel profano. Nel sacro perché la storia della sua vita di anacoreta, di archimandrita e di agitatore religioso per il riscatto degli umili e dei diseredati si intreccia intimamente con quella di Sulmona, anche quando apparentemente ne diverge. Bastano pochi cenni. Pose le basi del suo Ordine a Sulmona, nella chiesa di Santa Maria del Morrone, che, convertita in Abbazia e sede dell’Abate Generale, prese il titolo di S. Spirito. Nei 50 anni della sua attività, la massima parte delle sue “quaresime” (cioè di isolamento eremitico) le ha fatte in S. Onofrio di Sulmona. Ogni spostamento per problemi o per questioni o doveri verso il suo Ordine (a Lione, a Roma, all’Aquila, a S. Maria di Faifona, a S. Giovanni in Piano, ecc.) si concludeva sempre col ritorno a Sulmona. Ed infine, dove tornò egli spontaneamente, dopo l’abdicazione e dopo essere sfuggito “astutamente” alla scorta che doveva condurlo a Roma, se non a Sulmona?

“Sotto il secondo aspetto, quello profano, sicuramente egli soffrì “come qualsiasi Sulmonese” nel vedere la vendetta che Carlo I d’Angiò consumava contro la città per la rivolta del 1269, per cui il primo provvedimento che chiese, anzi pretese da re Carlo II d’Angiò fu quello più volte ricordato dell’indulto regio per i Sulmonesi esiliati e privati dei beni per quella rivolta.

“Il ricordo di quanto patì allora la città, e lui con essa, non si era cancellato. Costante e diretta doveva essere stata la sua partecipazione alle vicende sulmonesi anche in epoca sveva, ossia anche quando egli doveva avvertire più forte l’antinomia tra ciò che la città era e rappresentava ed il suo sogno di un ritorno al passato. La sua influenza nella vita civile di Sulmona continuò nel tempo, anche dopo la sua morte, poiché, come già ho ricordato, da una delle confraternite formatesi a Sulmona sulla fine del XIII sec. nel clima spirituale di quella solidarietà cristianamente vissuta, che prendeva vita e forza dalla sua personalità, e precisamente dalla confraternita dei Compenitenti ebbe origine la Casa Santa dell’Annunziata, che dotò Sulmona di servizi e di strutture sanitarie e sociali, indispensabili per una città divenuta popolosa e, per ciò stesso, piena di problemi per la salute pubblica e per l’assistenza ai bisognosi. Il maggiore santo abruzzese non poteva operare e incidere nell’animo e nella realtà sociale e civile se non nel maggior centro allora della regione, la cui preponderante importanza economica e politica doveva nello stesso tempo affascinarlo ed essere motivo di avversione.”

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