Ipotesi di uno studioso tedesco su Pettorano

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piantaUn Castello strategio per l’imperatore

“Volevo visitare la bellissima città di Sulmona, nella quale Rinaldo, duca di Spoleto e reggente per Federico II, si difese contro l’esercito papale” premette Klaus Schubring e poi racconta di aver visto anche piccole cose, belle, come il castello di Pettorano sul Gizio,

 sul quale ha condotto approfonditi studi: “Avevo studiato in Germania documenti, mappe militari e fotografie. Foto che, per la maggior parte, mi erano state gentilmente inviate dalla dottoressa Mariella Vitto-Massei, ex presidente della Pro Loco di Pettorano”.

La narrazione del docente tedesco si fa avvincente dopo il primo inquadramento storico: come quando parla dell’importanza che il castello assunse nel 1228 e 1229, fornendo riparo agli assalti dell’esercito papale, mentre Federico II era impegnato in una crociata: “Tornato, Federico II in breve tempo recuperò le parti occupate del suo regno”, anche se dovette concedere ai “baroni traditori” aministia e “inalterato dominio e dipendenza sotto Corrado”, figlio minorenne dello stesso imperatore.

E, niente di nuovo sotto il sole, proprio lo “stupor mundi” svevo dovette avviare  nel 1240 una inchiesta contro i provveditori che, in sostanza, trattenevano per sé le rendite lasciando la moglie del figlio naturale dello stesso imperatore in condizioni non adatte al ruolo e alla dignità.

Della importanza del castello pettoranense c’è traccia nell’ordine impartito da Roberto II d’Artois, nominato reggente del regno da Papa Martino IV. Inviò il 14 ottobre 1285 una severa reprimenda  al giustiziere de Sury (in italiano di Suria o di Sora) per aver accettato le difese e gli appelli, tese a non far distruggere il castello. Quel fortilizio, infatti, avrebbe potuto recare “gran danno agli eredi del regno”. L’Autore ne desume “che la rocca esistente venisse distrutta verso la fine dell’anno 1285, risparmiando forse la dimora signorile. Di conseguenza, si può concludere che un castello del tutto nuovo venisse costruito sin dalla fine del Duecento”.