ARCHEOLOGIA NEL PARCO

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LE RISORSE DEL NOSTRO FUTURO

di Mariapia Graziani

Il progetto Archeocampus  nasce da un sogno: dimostrare  che sia possibile costruire sulle radici antiche  un futuro per il territorio e che concetti come paesaggio, identità, patrimonio archeologico  non siano parole da invocare nelle riunioni ufficiali per poi rinnegarle nei fatti, ma tracce in grado di indicare percorsi concreti di sviluppo sostenibile e di crescita culturale  anche delle aree più deboli sul piano economico.

E poiché da sempre ritengo che il privato possa svolgere,  soprattutto nei momenti  in cui l’ente pubblico incontra maggiori difficoltà o maggiori vincoli, una funzione di volano dello sviluppo del territorio (in particolar modo  facendo da raccordo  tra  le diverse istituzioni e la comunità locale), sono convinta che il “prodotto  turismo archeologico” possa  costituire  un obiettivo importante per l’Alto Sangro, addirittura  una vera e propria attività produttiva. Del resto sono le caratteristiche specifiche  del nostro Paese a richiedere che il prodotto culturale venga posto  al centro dell’economia.

Si tratta di offrire opportunità occupazionali  a giovani locali, selezionandoli attraverso un bando a evidenza pubblica, organizzando  il loro iter formativo, affiancandoli nell’ideazione e sperimentazione  di un prodotto nuovo (quello appunto del turismo archeologico),  che potesse costituire anche  uno strumento di avvio d’impresa.

Ma mi piaceva anche l’idea di dare l’opportunità, tante volte da me sognata  e finalmente realizzabile grazie alla disponibilità della Soprintendenza per i beni archeologici d’Abruzzo di aprire i lavori di scavo ai visitatori, che finalmente, avrebbero potuto fruire delle emozioni che solitamente sono riservate agli archeologi: scoprire un segno, interpretarlo, conoscere qualcosa in più del passato remoto.

E così è stato:  la campagna scavi è partita e  ha evidenziato, ai piedi del Monte Marsicano, nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo,  una chiesa longobarda di cui non si sospettava l’esistenza e, nei pressi, il muro di  perimetrazione di un tempio italico del II sec a.C, da  cui proveniva una colonna modanata  ritrovata  tempo fa da un abitante del luogo. E’ prematuro dire se si tratti di un sito simile a quello  di Vastogirardi nel Molise o ad altri santuari italici del nostro Appennino e se, dal punto di vista scientifico, Opi  riserverà nel futuro scoperte significative. Certo è che per  numerosi  visitatori,  fra ragazzi  e adulti, lo scavo ha rappresentato l’ingresso  in un mondo  misterioso del passato,  che  sopravvive nelle emozioni.

E tali sono stati lo stupore e il piacere provati  che vale la pena di  riflettere insieme sulle modalità per valorizzare al massimo il patrimonio archeologico, percepito da tutte le persone che se ne avvicinano adeguatamente, una risorsa davvero vitale.

Un compito certo che non può  assolvere da sola la Soprintendenza, ma che dovrebbe vedere schierate, attorno a lei e con lei, le comunità locali. E’ utopia tutto questo? E’utopia che le scuole coltivino questa passione negli studenti e nei bambini? E’ utopia  pensare  che le Amministrazioni   e le comunità locali  si interessino nei fatti del paesaggio archeologico? Ma è anche in nome di questa utopia  che dobbiamo chiederci  quali possano essere le vie in grado di infondere e diffondere la consapevolezza del valore dell’archeologia.

Ma allora quali possono essere le vie che  potranno infondere e diffondere la consapevolezza del valore del  paesaggio archeologico?

A distanza di due anni dall’esperienza dell’Archeocampus, cerco di farne un bilancio:

-E’ un bilancio certamente positivo in quanto è stato raggiunto l’obiettivo di ideare  un modello di turismo archeologico  (“l’Archeocampus” ) attraverso la definizione di un “pacchetto” settimanale che consente ai visitatori di:

partecipare agli scavi sotto la guida della Soprintendenza per i beni archeologici
passeggiare lungo le antiche strade alla ricerca delle tracce dei popoli antichi
frequentare  laboratori di archeologia sperimentale (gioielli antichi, costruzione vasi italici ecc)  realizzati in collaborazione con gli operatori del territorio
effettuare  visite guidate nei siti  archeologici
degustare piatti dei popoli antichi
fruire di  eventi di animazione  e spettacoli teatrali
contribuire in prima persona  a un’articolazione  progressiva del pacchetto archeologico

-Viceversa, la ridotta durata del periodo di tempo disponibile  non è stata sufficiente per far  acquisire ai giovani tirocinanti  determinate  competenze che gli studi usuali non forniscono (in particolare la capacità necessaria per  guidare  e animare un gruppo di turisti e  per  promuovere prodotti  turistici che , soprattutto nella fase dell’avvio, necessitano di una notevole  spinta iniziale ai fini anche del radicamento nel territorio).

Pur trattandosi di un gruppo coeso, motivato a creare nuovi spazi, ricco di studi pluridisciplinari,  pluralistico come esperienze e interessi, disponibile a impegnarsi sinergicamente per la riuscita di eventi e per la realizzazione di forme di sostenibilità economica (pranzo dei popoli italici, performance teatrali sugli scavi), ben coordinato, nella fase di transizione tra il momento formativo e il momento dimostrativo,  e cioè tra la fase di apprendimento e la fase gestionale, ha espresso una difficoltà,  che si è tradotta  in  dinamiche relazionali difficilmente controllabili.

-Il modello generale che è stato praticato  è  comunque un modello significativo e ripetibile,  perché rende i giovani protagonisti dello sviluppo locale,  articola e arricchisce la filiera turistica,  permette ai visitatori di fruire di un’organizzazione della vacanza che  risponde ai loro desideri e che, nello stesso tempo,  conferisce loro un ruolo attivo,  essenziale anche  per far crescere  il territorio.

Che cosa è mancato ?

A fronte dell’impegno della Soprintendenza per i Beni Archeologici e del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise,  è  mancato invece il sostegno da parte delle istituzioni locali e regionali e cioè di quelle  istituzioni che dovrebbero assicurare alle iniziative di sviluppo sostenibile capacità di ascolto, di attenzione,  di  riconoscimento e di orientamento. Questa assenza d’interesse da parte del territorio per un’iniziativa per il territorio, ha certamente vanificato   la fiducia che la via percorsa con  tanto impegno, energia creativa  e generosità  da parte di tutti gli attori del progetto  portasse al traguardo atteso.  Ma che cosa occorre fare  per trovare nella nostra Regione una concreta disponibilità ad affiancare le attività dei giovani e  lo sviluppo sostenibile  delle aree economicamente più deboli?