SILENZI TATTICI, COLLUSIONI, STRAVAGANZE NEL RITO MACABRO DELLA TUTELA AMBIENTALE NELLA VALLE PELIGNA
14 SETTEMBRE 2025 – Il sito del Cogesa è tra quelli che debbono essere attentamente monitorati perché può essere gravemente dannoso per la salute dei residenti nel circondario. Figura nell’elenco nazionale che è tenuto a fini di prevenzione e che costituisce l’albo nero della tutela ambientale: più che altro, potrebbe chiamarsi il buco nero nel quale vengono fatti convergere da decenni tutti i tipi di rifiuti.
Dov’è la notizia? Potrebbero ritenerla tale quelli che hanno voluto volgere lo sguardo in direzione opposta, per non vedere, per non commentare, per non prendere provvedimenti adatti ad impedire che le voragini assumessero, nella valutazione sociale, le dimensioni che realmente hanno. La politica sui rifiuti è stata fino a ieri (ed è in buona parte oggi) uguale alla strategia di nascondere natura e dimensioni degli accumuli di rifiuti. Lo fu per le scorie nucleari (derivate dall’uso di energia atomica, forse non solo militare) che venivano avviate al ventre immenso di Colle San Cosimo. Lo è stato più di recente per i fanghi del porto-canale di Pescara che, non essendo conveniente dirottarli in altre destinazioni, sono stati interrati in quella che doveva essere una struttura per la trasformazione e l’inoltro delle lavorazioni dei rifiuti, ma che, di fatto, è stata e continua ad essere una discarica.
Dov’è la notizia? La ravvisano quelli che hanno considerato gli ambientalisti come degli esaltati, che disturbano le strategie di sviluppo, come se lo sviluppo per una zona dipendesse dal grado di tolleranza del degrado ecologico. La rabbiosa risposta che, anche su organi di informazione locali, è riservata a chi addita le cause e i processi del degrado attuale è solo indice della cattiva coscienza di quanti, anche da giornalisti, non hanno saputo individuare i rischi di un impianto di accentramento dei rifiuti in una Valle Peligna che aveva altre aspirazioni e che, da quando ha sposato le esigenze di una industrializzazione stracciona e di rapina, ha visto progressivamente incenerire le proprie risorse, come in un funebre rito di decomposizione delle proprie caratteristiche, in un maquillage al contrario che ha segnato rughe dove era superficie setosa.
La notizia sta altrove. Riguarda il precipizio nel quale si sono trovate le realtà immobiliari della Valle Peligna, e in particolare quelle di Sulmona, che nessuno in campagna elettorale ha avuto l’onestà di indicare. Le valutazioni degli immobili (siano essi appartamenti, capannoni, negozi), in una zona che si prepara al contraccolpo ambientale delle scelte da rapina con la discarica delle Marane, la centrale di spinta, gli inceneritori, sono dimezzate rispetto a quindici o dieci anni fa. Chi, sapendo cosa diventerà Sulmona quando tutto questo concerto di devianze entrerà a pieno regime, intenderà fissare la propria residenza in città o nei paraggi? Erano predicatori nel deserto quelli che rilevavano la debacle dei numeri della popolazione residente: baratro che è doppiamente grave, perché non sono soltanto i paesi circostanti a subire la desertificazione per il trasferimento di nuclei familiari e singoli verso il capoluogo, ma è la stessa Sulmona ad avvertire una emorragia inarrestabile.
La notizia sta altrove. Sta nella insensibilità su questi temi non solo dei politici, anche quelli che ambiscono ad usurpare la bandiera di politico di riferimento, ma anche dei normalissimi cittadini che, pur di beneficiare dei modeste gratificazioni occupazionali, per sé e per i propri familiari, non alzano un dito per contrastare questa strategia di annientamento delle risorse. E, anzi, colludono con chi sporadicamente accorda qualche elemosina e, meglio ancora, qualche posto fisso.
La notizia sta nell’odore che si avverte sempre più frequentemente in città, soprattutto nelle ore mattutine e in quelle serali, che è un misto tra il bruciato e il putrido. Ma la notizia sta anche nel fatto che ad avvertire queste puzze nauseabonde non siano quelli che in genere le notizie le raccolgono e che hanno un naso, come noi che le riportiamo e non abbiamo timori non già perché dal Cogesa non abbiamo avuto consulenze come quelli che sono sfilati, da testimoni, in un processo improvvidamente innestato per una presunta diffamazione da Vincenzo Margiotta che del Cogesa è stato presidente e commissario, quanto perché, se intingiamo la penna nell’inchiostro del giornalismo, non abbiamo l’impudicizia di raccontare frottole. E questo forse dipende dal fatto che le fascinazioni che si sentono a quindici anni arrivano ai settanta senza subire cedimenti e compromessi; vengono da chi non ha mai mentito e non necessitano, perché gli altri credano a quello che si racconta, di preamboli di impegno “a dire la verità e solo la verità” come quelli che nelle aule di giustizia sono solenni (Salvatore Satta scriveva nel suo “Diritto processuale civile”, che quasi tutte le cose solenni sono anche un po’ ridicole).
Quando leggeremo una inchiesta da chi professionalmente ha il dovere di raccontare le cose che hanno un rilievo sociale; quando sentiremo di un sindaco che, al contrario di quanto si rifiutò di fare Gianfranco Di Piero per il Cogesa, si costituirà parte civile in un processo per danni all’ambiente; quando leggeremo che un presidente di parco nazionale non si limita a dare una interpretazione dei pareri dati dal suo ente su un impianto inquinante; quando sentiremo che un sindaco impedirà che un inceneritore venga costruito e non si limiterà solo a dire che vigilerà (con i certificati medici?) sul funzionamento del dispenser della morte; allora ravviseremo la notizia.






