LETTURE DOMENICALI – ANCHE DA PREZZA POTEVA VENIRE UN CANCELLIERE IMPERIALE

134

STORIA DI PIETRO CHE DESCRISSE I CARATTERI DELLA VERA NOBILTA’ AI TEMPI DI FEDERICO II E DEI GHIBELLINI LIBERI DALLE SUPERSTIZIONI E DAGLI OSCURANTISMI

I OTTOBRE 2022 – E’ l’esempio più alto di come l’Impero del XIII secolo, quello lontano dalla multietnicità dei Romani, tornava ad attingere risorse intellettuali e morali nelle lande più lontane, o, quanto meno, ad integrare le energie nuove nel “palazzo”, secondo quella tendenza centripeta che rinnovava continuamente le componenti della Corte. Pietro da Prezza non aveva ascendenze illustri. E, per giunta, il luogo di nascita pare sia effettivamente il paese a dieci chilometri da Sulmona; o, almeno, in tal senso opta Fulvio Delle Donne nel “Dizionario biografico degli Italiani” edito da Treccani. L’altra ipotesi, formulata da uno studioso tedesco, è che quel “Pietro da Prece” fosse nato a Parma; ma questo emerge solo da una lettura particolare di un documento.

Fu un allievo di Enrico da Isernia (oggettivamente è un po’ più complesso spostarsi da Parma a Isernia che da Prezza a Isernia), a sua volta allievo del mitico Pier della Vigna (o delle Vigne) di Capua (che proprio non sta a un tiro di schioppo da Parma), personaggio focale della Divina Commedia e, purtroppo, personaggio contrastato dallo stesso Federico II dopo che per una vita era stato il motore di tutta la Curia imperiale, ispiratore di molte opere dello “Stupor mundi”, ma soprattutto operaio quotidiano di un umanesimo che arricchì il Sacro Romano Impero più di ogni corona e di ogni bottino di guerra.

Quanto stupisce nella linearità logica ed argomentativa del prezzano Pietro al servizio di Federico II è la concezione della nobiltà come requisito indefettibile di un ideale di vita, che si manifesta in forma mentale, genere di educazione e rigido codice etico. E’ il concetto che si diffondeva nella stessa corte di Federico II, ove si andava progressivamente distinguendo la nobiltà di nascita da quella  capacità che ha ogni inviduo, dotato come il progenitore Adamo naturaliter della ratio, della capacità di “agire bene”, quella forza che ha preservato ogni individuo dalla distruzione dopo il peccato originale, come è scritto nelle “Constitutiones”. Ed è forse questo il fondamento di una corte imperiale nella quale non si cessa di esaminare i fenomeni della natura secondo scienza e non secondo superstizione; da qui la chiave per comprendere come si sia potuto intensificare lo scambio tra civiltà lontanissime, quella cristiana e quella araba, eppure identiche sotto altri profili religiosi. Nella corte imperiale sveva Pietro da Prezza ricoprì un ruolo fondamentale, fino a costituire un cardine della retorica.

Egli – osserva Errico Cuozzo  quando scrive di “Feudalità ecclesiastiche e laiche, Regno di Sicilia” della “Enciclopedia Fridericiana” della Treccani – parte dal concetto che la ragione è non soltanto l’elemento distintivo dell’uomo dalla bestia, ma è anche ciò che lo nobilita”. Si riesce a focalizzare il messaggio di Pietro da Prezza nella lettera che egli scrisse in prigionia a Bologna, ove è evidente la superiorità che egli assegna alla parola rispetto alla violenza: “Se è la presenza della sola ragione a determinare la differenza tra l’uomo e l’animale bruto, essendo per altri motivi entrambi animali, ed essendo entrambi mortali, e siccome non si può giungere ad una perfetta nozione di essa senza la guida della nobile scienza della parola, che ha per sua natura come sua particolarità di legare l’uomo alla ragione e la ragione all’uomo, perché queste due come sorelle si abbracciano reciprocamente, come se avessero in comune l’esserci e il non esserci, dobbiamo aspirare con tutta la nostra concentrazione all’acquisizione di questa scienza, con cui conquistiamo  anche la ragione, in modo da non essere paragonati ad animali bruti, nel caso che non la conoscessimo e ci mancasse la capacità di parlare”. Nell’immobilismo della prigionia Pietro da Prezza chiede che gli siano  inviati autori classici, esorta suo fratello e suo figlio a darsi da fare con le scienze, perché “in scientia captes famam, in fama alios prevenias ad honorem, in honore divicias consequaris“. Su “Peter von Prezza, ein Publizist der Zeitdes Interregnums” ha scritto E. Muller nel saggio pubblicato ad Heidelberg nel 1913. E proprio questo fa sostenere a Cuozzo che “Tutto lascia pensare che molti dei funzionari di Federico, nati da modesti genitori, aderissero toto corde a questa concezione della nobiltà, che sarà del primo Rinascimento”.

Dunque anche questo dimostra che la storia non ha seguito un continuo percorso di evoluzione verso l’età felice, perché il modello di elevazione spirituale, parallela a quella scientifica e compenetrantesi con essa, ha subìto arresti vistosi, a volte improvvisi, a volte insondabili eppure scaturiti da germi presenti nelle epoche precedenti quelle definite buie. Una compartecipazione di tutte le classi sociali, evocata anche in Italia, da una Costituzione scritta nel XX secolo, era la condizione di un Impero che dialogava al suo interno e a livello internazionale, attingendo dalle umili origini come dalle stirpi più blasonate, comunque privilegiando i contenuti che possono latamente definirsi sociali con la terminologia dell’uomo di oggi. L’aspetto che emerge con più nettezza dagli scritti di Pietro da Prezza è la valorizzazione del confronto razionale e, quindi, della comprensione, che è stata la chiave di volta contro tutti gli oscurantismi precedenti e successivi.

Indiscusso fu il ruolo di Pietro da Prezza anche dopo la morte di Federico II e quella di Manfredi (battaglia di Benevento del 1266), nel biennio che si concluse con la battaglia di Tagliacozzo. Notaio e stilista sotto Manfredi, fu protonotaro o vicecancelliere di Corradino di Svevia. Della sua fedeltà al sedicenne, ultimo capo della dinastia sveva è prova quello che scrisse nella “Adhortatio”, lettera per incoraggiare i seguaci a insorgere contro Carlo I d’Angiò che proprio dopo Tagliacozzo  agì “contro ogni giustizia, anzi contro Dio stesso, […] contro ogni diritto di guerra, contro l’antica consuetudine confermata dall’uso, la quale previde che mai nessun re preso in battaglia potesse essere ucciso, […] ebbe sete del sangue di così grande re, né dubitò di saziarsi delle sue carni” Potrebbero leggersi in quello scritto sobillatorio i toni di antica vena polemica peligna, quando Pietro da Prezza contesta la discedenza di Carlo d’Angiò da Carlo Magno, sottolineando che con lo stesso criterio si potesse ritenere discendente “un cuculo dall’aquila o un sorcio dal leone”.

E’ sorprendente constatare come Sulmona non lo ricordi neppure con il nome di una strada; guarda caso, anche in questo uno svevo di altissimo livello è compagno di destino di Manfredi di Hohenstaufen, mentre allo stesso  “Stupor mundi” è dedicato poco più di un vicolo e solo da una trentina d’anni.

Nella foto del titolo: Corradino, miniatura del Codex Manesse, prima metà del XIV secolo, Heidelberg, Universitatbibliothek