DAL MITO DI POUND NASCE UN NUOVO OVIDIO

736

LETTURE DIVERSE, INNOVATIVE NELLE ANALISI DI PAOLO FEDELI E FRANZ LINK

11 maggio 2021 – Sarà un’osservazione banale, ma occorre dire che se un poeta ci appare più grande di come lo abbiamo conosciuto; se ci sembra ci avvicinarci e comprendere più facilmente le sue tematiche; se rileggendolo ci sembra di non averlo mai letto perché la prospettiva della conoscenza si presenta disallineata rispetto alla consueta percezione (e questo accade spesso con i poeti che si leggono nel primo impatto a scuola); se avviene tutto questo, dunque, dipende da chi ce ne parla, ce lo illustra, ce lo ribalta.

Ci è capitata questa banalità tra le mani mentre abbiamo letto Paolo Fedeli, che di Ovidio ha scritto molto (impareggiabili le “Opere” edite da Einaudi per la Biblioteca della Pleiade, “Dalla poesia d’amore alla poesia dell’esilio”, 1999). Ma l’incontro nuovo con Ovidio lo abbiamo da quello che riferisce proprio Fedeli nella raccolta  “Resistenza del classico”, almanacco BUR del 2009, laddove il contributo “Il Properzio di Ezra Pound” consente di parlare non solo della fascinazione dell’autore dei “Cantos” per Properzio, ma anche del suo rapporto con Ovidio: “Antica – scrive Fedeli – è anche l’ammirazione per Ovidio, sin da quando, nel 1910, Pound instaurò un confronto fra le sue Metamorfosi e quelle di Apuleio, per concludere che Ovidio, “urbano, scettico, romano di città, non scrive in prosa fiorita, ma in versi che hanno la chiarezza della prosa scientifica francese”, perché la sua mente, “formatasi nel sistema dell’impero, vuole il definito””. Pound è, così, lapidario, perché accosta l’esperienza netta e tranciante dell’impero francese, quella dettata dall’incedere del Bonaparte compressore, dal quale sgorgheranno le categorie delle scienze nate dall’Illuminismo e la compiutezza anche della produzione giuridica, all’incedere della Roma augustea.

Apollo e Dafne alla Galleria Borghese

Del resto, l’elaborazione del mito è pensiero immanente in Pound, come nello stesso “Almanacco” osserva Link in “Una ragazza” di Ezra Pound e le “Metamorfosi” di Ovidio. Si riprendono le parole del poeta americano (vissuto a lungo in Italia e non solo per il carcere inflittogli a Pisa a motivo delle sue idee, quanto per l’amore per Venezia): “Il primo mito sorse quando un uomo s’imbattè nel “nonsenso” restandone sgominato, vale a dire, quando gli capitò di esperire in modo molto vivido una sorta di indesiderabile avventura. Ne parlò con qualcun altro e fu tacciato di menzogna. Al che, dopo grave turbamento, percependo che nessuno riusciva a capire ciò che intendeva quando raccontava che “s’era mutato in un albero”, egli creò un mito – ovvero, un’opera d’arte -, una storia oggettiva o impersonale intessuta dai precordi della sua emozione, quanto di meglio egli seppe fare rispetto alla sua capacità di metterla in parole. Quella storia, forse, diede in seguito spunto a ripetizioni più labili dello stesso fenomeno in altri, fino a che sorse un culto, una confraternita di persone in grado di comprendere il loro reciproco nonsenso sugli dei”. Link addirittura ci guida alla ricerca di somiglianze palpabili tra la poesia di Pound e le Metamorfosi del Sulmonese: “L’albero mi è entrato nelle mani, / la linfa è arrivata alle braccia,/ L’albero mi è cresciuto nel petto – / verso il basso / Rami mi spuntano come braccia/ Albero sei,/ Muschio sei,/ Tu sei violette sorvolate dal vento./ Una fanciulla – alta così – tu sei,/ E tutto questo per il mondo è follia”.

E sembra di leggere la trasformazione di Dafne insidiata da Apollo: “Appena ha finito la supplica, le invade un pesante torpore/ le membra, una lieve corteccia le cinge il morbido seno,/ i capelli si levano in foglie, le braccia si drizzano in rami,/ i piedi fin lì così rapidi si fissano in lente radici,/ la chioma le invade la faccia: non resta dei lei che il fulgore./ Anche così, Febo l’ama e posando la mano sul tronco,/ le sente il cuore che palpita, sotto la nuova corteccia./ Le stringe ai rami le braccia, come se fossero membra,/ le copre il legno di baci: ma il legno respinge i suoi baci”. Link, quasi in chiave notarile, osserva che “I primi cinque versi di Una ragazza corrispondono ai primi cinque versi del testo latino. Gli ultimi cinque si possono considerare un equivalente della reazione di Apollo alla metamorfosi di Dafne negli ultimi quattro verso del passo ovidiano. Pur vicina com’è la poesia di Pound alla sua fonte, tutti i parafernali mitologici sono eliminati. Eppure, il descrivere un’esperienza di metamorfosi in Una ragazza significa creare una nuova versione del mito. Esperienza e mito si identificano diventando un’esperienza mitica”.

E, come banalmente abbiamo scritto in apertura, attraverso Pound scopriamo una verità nascosta su Ovidio.

Please follow and like us: