E l’anarchica pianse Sacco e Vanzetti

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Virgilia D’Andrea, la sulmonese che legò il suo nome ad un intenso impegno letterario e civico, ha raccontato in “Torce nella notte” la vicenda di Nicola Sacco e  Bartolomeo Vanzetti, soprattutto i contenuti spirituali

della tragedia che vide fulminati sulla sedia elettrica due italiani innocenti, processati in una atmosfera di caccia alle streghe e di xenofobia. Nel testo, edito nel 2003 da Galzerano, si leggono le fasi della drammatica altalena di speranze per l’annullamento della condanna:

“Ancora due che salgono il monte del martirio” mi disse qualcuno con la voce piena di tristezza.

“Ma siamo qui tutti noi” rispose un giovanetto forte a cui i venti anni empivano d’avvenire le pupille radiose.

“Viva Sacco e Vanzetti!” gridò un fanciullo esuberante, e agitò un lembo della bandiera guardando fissamente in alto… Non so se il cielo grigio che pesava sul nostro capo o la distesa fresca e canora dei suoi magnifici sogni… “Non vi addolorate, non vi scoraggiate per il nostro destino” essi avevano scritto. “Ci vogliono morti e sia”. Io avevo guardato a lungo la lettera dei due morituri. Non una lacrima, non una esitazione, non una sillaba mal certa. I due uomini che hanno vissuto da anni a faccia a faccia con la morte si sono sovrumanati e sono sublimati.

Avrebbero potuto impazzire.

Hanno invece saputo trovare nella sapiente capacità dello spirito loro, tutto il perchè vero e vivo della vita.

Avrebbero potuto morire.

Hanno saputo invece ricercare nell’intrico dell’oscurità che non ha più mattino, la sorgente sovrana che rinnova lo spirito.

Avrebbero potuto rinnegare.

Hanno saputo invece serbare per i viventi, dopo i colloqui aspri e freddi con la morte, le parole più belle e più pure dello spirito che si denuda per la tomba.

Quelle che sorgono nel cuore allorchè recisa è la visione dei sogni.

Quelle che sembrano raccolte da una fiorita di rose.

Quelle che sembrano distaccate da una roccia di perle.

 

Bartolomeo Vanzetti era coetaneo di Virgilia D’Andrea. Emigrato nel 1908 negli Stati Uniti, il 5 maggio 1920 fu accusato, insieme a Nicola Sacco, dell’assassinio di un cassiere e di una guardia, avvenuto nel Massachusetts. Nonostante l’alibi e i numerosi testimoni a difesa, Sacco e Vanzetti, esponenti  della corrente sindacalista anarchica, furono condannati a morte il 14 luglio 1921 e sei anni dopo la condanna fu eseguita, sebbene fossero intervenuti per scongiurarla uomini politici e di cultura, tra i quali lo stesso Albert Einstein. Nel 1977 lo Stato del Massachusetts ha dovuto riconoscere la totale innocenza dei due italiani, in seguito all’iter giudiziario promosso dal comitato che si era costituito e di recente entrambi sono stati del tutto riabilitati.