
L’intervento della dottssa Cecilia Angrisano
ANGRISANO AL CONVEGNO NELL’EX PENITENZIARIO PENSANDO ALLA PREVENZIONE, AL WEB E ALLA MATTANZA DI DONNE
1 GIUGNO 2019 – Già il chiamare “femminicidio” l’uccisione di una donna perché tale (cioè perché più debole fisicamente, incapace di difendersi) denota un approccio non paritario nella considerazione della vittima, quasi che fosse un genere più circoscritto e non un essere umano, degno della stessa definizione che appartiene agli uomini e alle donne. Nella differenza terminologica, in gran voga negli anni nei quali un presidente della Camera si affannava a imporre la dizione di “sindaca” e di “presidenta”, il conformismo nei vocaboli ha deviato l’attenzione dalla mattanza cui le donne sono sottoposte e che richiede interventi sostanziosi e non meramente nominativi. “Sorpresa” (e sorpresa in senso molto negativo) da questa definizione dell’omicidio sul genere femminile si è detta la presidente (non presentata quale “presidenta”) del Tribunale per i Minorenni dell’Abruzzo, Cecilia Angrisano, che oggi nell’Abbazia celestiniana (nella foto accanto al titolo) ha parlato della figura femminile nella società e nelle istituzioni, senza lasciarsi andare a facile progressismo che tutto di positivo vede nel succedersi delle epoche e delle stagioni.
Realisticamente, ha richiamato i progressi che la condizione femminile aveva conseguito in epoca Romana prima di tornare negli abissi della negazione dello stesso diritto e dovere di testimoniare, nelle epoche buie che non sono finite con il Medioevo. Senza conformismi di facciata, ha tracciato la storia del Tribunale per i Minorenni, che in epoca sospetta (1934) è stato incrementato della presenza di donne, sia pure giammai nel ruolo di giudici togati, per il semplice motivo che l’ingresso in magistratura è stato interdetto alle donne fino ad epoca abbastanza recente. Su questo faticoso esordio di “toghe rosa” (ovviamente non le ha chiamate così) ha citato il racconto di una giudice tra le più attive e attente nelle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, Maria Gabriella Luccioli, tollerata in quanto donna e sottoposta al fervorino del procuratore generale che la accolse per farle capire che, insomma, doveva starci perché lo prevedeva la legge, ma era meglio che la legge non l’avesse previsto.
Angrisano, tra i corridoi di una abbazia che per oltre cento anni è stata carcere tra i più duri, ha parlato della condizione di molti minori per i quali il Tribunale da lei presieduto, prima di erogare pene, tenta di prevenire le devianze; ha evocato, al riguardo, la necessità che il Tribunale “interloquisca con le strutture del territorio, come sta cercando di fare, senza tante infrastrutture o riti che si sovrappongono all’essenziale”.

Il camminamento di guardia del penitenziario
L’ex carcere (“penitenziario” si chiamava quando sull’architrave dell’ingresso non era scritto l’aulico “Lasciate ogni speranza o voi che entrate”, ma il molto più programmatico “E’ inutile punire se prima se non si è educato”), era il posto nel quale si realizzava quello che Michel Focault descriveva in “Sorvegliare e punire” quale punto di partenza, per arrivare al… soltanto sorvegliare dappertutto con metodi di controllo che si sono affinati fino alla più perfetta applicazione della informatica. In mezzo c’era stato il passaggio del “panoptismo” del carcere di Santo Stefano e di altre strutture illuministiche volute nel resto del mondo dopo la prima applicazione nel Regno di Napoli dei Borbone (“vedere tutto”, da una posizione che impediva ai… visti di fare altrettanto).
Un po’ quello che accade nelle moderne democrazie ossessionate dal web che del carcere non hanno più bisogno, come gli illuministi non avevano più bisogno della tortura. Ma il rapporto con i minorenni, almeno quello, è un’altra cosa ed avrebbe necessità che gli interlocutori si guardassero negli occhi per produrre qualche risultato utile.






