“GLI ABRUZZESI NON CERCANO RICOMPENSE”

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IL MIGLIOR ELOGIO NELLE PAROLE DI GIOVANNI LEONE AL SACRARIO DI PIETRANSIERI

16 NOVEMBRE 2013 – Il 15 luglio 1967 venne conferita al Gonfalone di Roccaraso la Medaglia d’Oro per la strage compiuta dai Tedeschi il 21 novembre 1943 nella frazione di Pietransieri.

L’avv. Giovanni Leone, titolare della Cattedra di Procedura penale all’università di Roma, già Presidente della Camera dei Deputati dal 1955 al 1963, e che sarebbe stato nominato senatore a vita quaranta giorni dopo la visita a Pietransieri e Presidente della Repubblica il 24 dicembre 1971, riuscì a rappresentare con rara efficacia lo spirito degli Abruzzesi, come trasparve nelle tragiche ore del novembre di 23 anni prima.

Questo il testo del discorso tenuto davanti al sacrario dove sono ricordate le 128 vittime, e rivolto al Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat:

“Signor Presidente della Repubblica, a chi domandasse – come fu domandato in sede di esame della proposta di legge Di Giannantonio, presentata il 12 ottobre 1963, a cui seguì nel luglio 1965 la proposta Giorgi ed altri – la ragione del mancato tempestivo riconoscimento del martirio di Pietransieri, potremmo rispondere con le opportune parole del sottosegretario Guadalupi: “Sarà stato forse il riserbo virile degli amministratori o la loro fiducia nella giustizia degli uomini”. Mi si consenta di aggiungere – anche perchè questo mi pare l’unico titolo dell’onore conferitomi di questa celebrazione – che, come generosamente venne attestato in tale sede parlamentare, chi vi parla mise in moto – e vi dette un più incisivo impulso quando fu chiamato alla responsabilità del Governo – il tardivo, ma meritatissimo e doveroso riconoscimento.

La fierezza di non chiedere ricompense

Fierezza e senso dello Stato sono in sostanza le caratteristiche genuine e secolari della gente abruzzese. Una fierezza che non è superbia né vanità; è invece consacrazione interiore e quindi atto di alto valore morale della soddisfazione del dovere compiuto: agire cioè con fermezza e con dignità, non per conseguire un riconoscimento esteriore, bensì per obbedire ad un imperativo della coscienza e quindi rinuncia – che talora si esprime in esplicita ripulsa – a qualunque esteriore attestazione.

Questa fierezza ben può conciliarsi – anzi ben si concilia – con la cortesia, con la delicatezza dei sentimenti, con la sostanziale signorilità intesa come espressione di radicata educazione morale, di cui senza distinzioni sociali sono partecipi i cittadini d’Abruzzo, di quell’Abruzzo che viene giustamente definito “forte e gentile”. Il senso dello Stato degli abruzzesi – che per altro è patrimonio della gente meridionale – è la fiducia nelal iniziativa degli organi responsabili: il rifiuto dell’intrigo e della postulazione. Ed è anch’esso un’alta qualità morale, perchè il riconoscimento ed il premio intanto hanno un valore in quanto non sono sollecitati. E’ un costume millenario di questa gente sobria, laboriosa e silenziosa, che si è maturata alla pazienza e alla rassegnazione e quindi ad una concezione della vita e del destino dell’uomo distaccata dal contingente ed invece radicata nella profondità degli ideali: sicchè la gente d’Abruzzo – dopo aver compiuto il proprio dovere in semplicità e in purezza di spirito – ama ritrovarsi in disparte e ritrovarsi nelle umili occupazioni di una vita povera ma limpida, senza ostentazione e senza presentare titolo di credito alla riconoscenza del Paese.

La riserva morale degli Abruzzesi

Siamo veramente innanzi alle origini suggestive ed edificanti della costruzione di un carattere di dignità e di austerità, che costituisce un esempio ammonitore e sovratutto una grande riserva morale. Il compiacimento del dovere qui è atto di schietta e quasi istintiva testimonianza di un mondo ideale e morale che prescinde da ogni riconoscimento. Il riconoscimento, se verrà – e dovrà venire spontaneo e non incrinato da sollecitazioni – sarà soltanto una consacrazione ufficiale ed esteriore di un’intima e robusta consacrazione interiore.

Questa è la spiegazione del ritardo con cui è stato dato riconoscimento al martirio di Pietransieri, che si pone come una delle pagine più espressive della guerra di liberazione non solo per l’imponente numero delle povere vittime, ma anche per l’ispirazione patriottica del comportamento di tutta la popolazione. Il terribile, disumano, quasi incredibile ed allucinante martirio di gran parte della popolazione di Pietransieri si collega non solo e non tanto ad un atto di rappresaglia quanto e sovra tutto ad una spietata volontà di punizione dei cittadini di questa borgata che non vollero obbedire all’ordine di abbandonare definitivamente le loro case, nelle quali essi vedevano non già il misero valore patrimoniale di un piccolo bene, bensì il compendio del duro lavoro e degli stenti, ma anche dei sogni e delle ore liete e serene di tante generazioni.

Questa gente, radicata alle mura, ancorchè sconnesse e cadenti della propria casa, alla zolla avara ma forse perciò più cara, al proprio cimitero e al proprio campanile, non poteva accettare lo spietato verdetto.

Scrutavano nascosti tra i rami degli alberi

I cittadini di Pietransieri si rifugiarono nei dintorni come a vigilare dagli improvvisati prossimi rifugi con animo trepidante sulla sorte del proprio paese. Il cuore era rimasto tra le mura cittadine e l’occhio dal groviglio dei boschi tentava di scrutare, ora per ora, il destino delle povere case. Questo atteggiamento che avrebbe dovuto commuovere il nemico, invece lo inasprì e lo aizzò. I sentimenti generosi toccano i cuori degli uomini degni di tale nome, ma svegliano la ferocia delle belve umane. Il nemico non era un esercito civile; il nemico era un esercito al servizio della più spietata e folle ideologia, che aveva rinnegato le elementari leggi dell’umanità ed aveva sprofondato la civilissima Europa nel baratro di una barbarie di cui è difficile, per lo meno in entità quantitativa, trovare altri esempi nella storia. Non si trattava di grado di civiltà; si trattava del più basso grado dell’abbrutimento nel quale neppure le belve saprebbero riconoscersi. Furono ordinate la distruzione di Pietransieri e lo sterminio di tutta la popolazione. Prima l’incendio del paese, nel quale fu sacrificata anche una vecchia paralitica settantenne che non potè muoversi, mentre un’altra vecchia settantaseienne, pur essa immobilizzata, venne uccisa a colpi di mitra. L’olocausto dei vecchi, come in una specie di simbolica anticipazione, precedeva lo sterminio di giovani, delle donne, dei lattanti. Un solo rogo che dovesse disperdere ogni traccia superstite della gente di Pietransieri! Poi la caccia alla popolazione. Una caccia spietata ad ogni creatura umana. Furono rastrellati i boschi con la pervicacia e la inesorabilità con cui si scova una selvaggina. Quattro rastrellamenti, quattro carneficine.

Abbiamo il dovere di ricordarle:

Nel casolare “D’Aloisio” cinque persone rannicchiate accanto al focolare furono mitragliate; nel casolare “Macerelli” quindici persone uccise con raffiche di mitra; nel casolare “Di Virgilio” e nell’orticello retrostante erano raccolte trenta persone: furono tutte raggruppate e mitragliate; nel casolare “D’Amico” dove si trovavano sessantuno persone fu compiuto il più nutrito sterminio, prima con i mitra poi con le scoppio delle mine. Simbolo della rinascita di Pietransieri può dirsi la piccola Virginia Macerelli di sette anni che, ferita e coperta dal cadavere della madre, sopravvisse allo sterminio. Il grido di quella bimba era una disperata invocazione, che i superstiti raccolsero, come la guerra passò oltre, nella decisa e caparbia volontà di ricostruire le case e far rinascere la vita. Furono nel complesso trucidate in quel tragico mattino 110 persone delle 112 che vivevano nei casolari delle contrada Limmari della frazione di Pietransieri. Aggiungendo le 18 persone falciate dai mitra nei giorni precedenti, si completa il tragico bilancio di 128 creature umane sacrificate in una resistenza decisa e consapevole.

La terra inzuppata di sangue

Per attingere al vertice della commozione la mia parola deve cedere al racconto tragico e allucinante di un superstite; è il racconto della guardia comunale Italino Oddis, che, essendosi salvato miracolosamente nella boscaglia, dopo l’eccidio si precipitò alla ricerca dei suoi familiari, che trovò tutti trucidati: “Ad un tratto la fioca luce della lanterna ad olio con la quale Di Cristofaro rischiarava il cammino, ci rivelò uno spettacolo da impazzire; ai piedi di un tronco divelto erano ammucchiate decine e decine di corpi: una strage! La terra era inzuppata di sangue. Tutti quei morti erano i nostri cari. Mi sentii come mancare le gambe. Mia moglie e i miei due figli, infatti, erano sfollati dal paese in quelle case vicine.

“Mia moglie pareva mi guardasse”

Li trovai subito: Anna, mia moglie, era seduta a terra con la schiena appoggiata al tronco della quercia. Pareva mi guardasse. Il torace, lo stomaco erano sforacchiati dalle pallottole, il viso era intatto. In ginocchio, con il viso chino su di lei, era Evaldo, il mio bambino di dieci anni. Lo presi per la fronte, cercando di sollevarlo: aveva una pallottola in una tempia ed era morto con gli occhi aperti. Quando gli sollevai il viso, mi pare che volesse dirmi qualcosa. Non trovai subito Orlando, l’altro piccolo che aveva sette anni; era nascosto sotto le gambe della madre in un lago di sangue e talmente sfigurato, che lo riconobbi dalla mantellina nera che portava. Con una manina stringeva un lembo della gonna di mia moglie. Feci fatica a separarli, per distenderli tutti e tre l’una accanto all’altro”.

Questo, invece, il discorso del sindaco di Roccaraso:

“Signor Presidente, oggi qui si celebra una pagina di coraggio, di fierezza e di amor patrio della gente d’Abruzzo, una pagina che si inquadra nell’ampio cerchio della Resistenza che dal Mezzogiorno (e qui il nostro animo corre spontaneo al ricordo delle Quattro Giornate di Napoli) si trasferì su questi monti e in queste vali e che rifulse di ogni splendore. Basterà per tutti ricordare la Brigata Maiella e le eroiche azioni partigiane dei cittadini di Castel di Sangro. Ma insieme si conferma la più dura condanna alle atrocità naziste, di cui ancora oggi si rinnovano alcune manifestazioni alle quali occorre rispondere con energia e con fermezza. A tale condanna si accompagnano la fiducia e l’impegno a operare perchè il mondo sia salvaguardato dal terribile spettro della guerra, del genocidio e dello sterminio.

L’Abruzzo è fiero non solo dei poderosi contributi dati al progresso intellettuale e civile della Patria ma anche e sovratutto del silenzioso, talora oscuro eroismo dei suoi figli ed oggi si trova qui idealmente presente accanto al Capo dello Stato per rinnovare il suo credo nei valori immortali della Patria. Le vittime di Pietransieri furono sacrificate per non aver voluto abbandonare le proprie case. In ciò si ritrova uan delle note più commoventi della nostra storia e la più profonda radice del sentimento patriottico, che nasce dall’attaccamento alla propria casa, alla propria gente, alle proprie tradizioni.

Signor Presidente, la sua presenza dà a questa celebrazione il più alto significato. E’ la Nazione, che Ella impersona nella sua unità, che rende riverente omaggio alle vittime, che esalta le virtù patriottiche di Pietransieri e della gente d’Abruzzo ed accende su questo angolo suggestivo dell’Appennino una fiaccola di riconoscenza e di amore. Noi cittadini di Roccaraso custodiremo questo sacrario con religiosa devozione . Gli italiani sappiano attingere da questo sacrario e dal ricordo del martirio delle 128 vittime il genuino e fermo auspicio ad una società che aspiri non solo al benessere, ma tenda anche a consolidare i valori ideali della nostra tradizione”.

Nella foto del titolo Giovanni Leone nel 1974, quando da Presidente della Repubblica visitò il Sacrario dei Caduti senza Croce all’Aremogna di Roccaraso