ORRIBILE SCENA IN PIAZZA MAGGIORE IN UNA GIOSTRA STRAORDINARIA
18 OTTOBRE 2014 – Parte ancora lancia in resta il direttore di “Zac” per colpire Fabio Federico pure quando non fa più il sindaco, né intende rifarlo.
E, dunque, va all’attacco solo per il gusto di colpire, senza alcuna utilità, che sia socialmente rilevante, di evitare che persone asseritamente incapaci ricoprano le funzioni pubbliche. Adesso se la prende con il nemico di sempre e punta, gagliardo e tosto, come fanno i cavalieri alla Giostra di Sulmona, accelerando la rincorsa con un solo pensiero fisso: farla scontare a chi forse non ha avuto adeguata accondiscendenza agli argomenti sostenuti sul giornale settimanal-mensile sulle strategie culturali di Sulmona.
In sostanza: non sarebbe bello, da parte dell’ex sindaco, rispolverare quel vecchio assedio sotto casa sua nell’ottobre 2009, fatto da poveri ragazzi che proprio non si possono immaginare a strillare per dare corpo e invettiva alla protesta del “popolo della notte”. E citarli per far verificare al giudice se ci fu illecito.
Ancora: non sarebbe granchè riuscita la tutela che Federico ha chiesto alla Giustizia contro le aggressioni verbali sul web, provenienti da tutta Italia e in tutta Italia oggetto di processi penali: a Busto Arsizio, addirittura, un pm ha chiesto l’archiviazione, notizia subito diffusa dal difensore del giovane bocconiano (che aveva usato gentili parole bocconiane contro il sindaco) prima che il gip decidesse il naufragio della querela del Federico. E pare non abbia ancora deciso, perché il Pm può dire quello che vuole, ma poi a scrivere PQM è un giudice. Si affretta a dare la notizia della richiesta dell’archiviazione, ma non dice che altri tribunali hanno fissato già da tempo le udienze dibattimentali dopo che, per molto meno, altri audaci e compìti commentatori dell’anonimato dilagante sono stati stanati dalla polizia postale e posti di fronte alle loro responsabilità.
Fin qui l’attacco frontale al cavaliere ex sindaco che, immobile come nella Giostra medievale e, poi, seicentesca, si prendeva le “botte” dei feroci vendicatori di una non meglio identificata opinione pubblica dall’acceso senso morale: il Federico III, cioè, che, invece di prendere carta e penna alla prima critica, si è deciso a farlo verso la fine del suo mandato; invece di usare il suo ufficio stampa per rispondere punto su punto alle cariche con tanto di lancia in resta cercando almeno di evitare le “botte” che dànno punteggio agli occhi dell’opinione pubblica, ha provato a chiedere l’intervento della magistratura sul grossolano falso della manipolazione di due o tre “video” e, avendo proposto querela nel giugno 2011, si vede fissare la prima udienza a febbraio 2015 contro il presunto manipolatore.
Un viaggio e due servizi
Ma, nonostante tutto questo, il sempre più lanciato cavaliere dell’apocalisse, quando già si ritiene a un passo dall’infilzare definitivamente il nemico di sempre, sotto il sole impietoso di Piazza Maggiore qualche ora più tardi del Mezzogiorno di Fuoco, dopo aver preparato le armi come il giudice di De Andrè preparava il concorso che lo avrebbe eletto giudice in terra del bene e del male e intingendo sempre i veleni all’ombra del rancore, si compiace di fare un viaggio e due servizi e, nella carica al galoppo che tende tutti i muscoli del cavallo, etichetta con fare sprezzante chi si onora di collaborare dai tempi del mini-basket e del Liceo con Fabio Federico, pur se questo non è servito ad avere udienza nelle scelte amministrative del quinquennio a Palazzo San Francesco perché non richiesto. E ci definisce “avvocato-giornalista di fiducia”, come se la commistione tra le due figure togliesse un po’ all’una e un po’ all’altra, per annientarle entrambe.
Certo, bisogna vedere come lo si fa il giornalista, per comprendere se questa componente possa infettare l’altra o l’altra infettare questa. Se, per esempio, il gup dichiara non doversi procedere nei confronti di Fabio Federico per un certo abuso di ufficio, il giornalista che non dà subito la notizia può anche non essere avvocato e sempre una brutta figura fa. Se, poi, invece di chiedere all’imputato (o al suo avvocato-giornalista) una copia della sentenza per pubblicare le motivazioni, la chiede al giudice con una istanza scritta che determina la fissazione di una udienza dopo un mese, seguendo un itinerario così tortuoso rispetto al rettilineo in campo aperto con il quale solitamente punta al nemico con la lancia in resta nel fuoco di Piazza Maggiore, un’altra bella figura non la fa.
L’obiezione di coscienza del destriero
E se poi, quando la Corte di Cassazione non accoglie il ricorso proposto dal Pubblico Ministero contro il “non doversi procedere”, invece di lanciare la notizia con la stessa maestria con la quale lancia le notizie delle richieste di rinvio a giudizio prima che arrivino dalla Procura al GUP, lascia le frecce nella faretra come chi rinuncia ad ogni tipo di caccia al sensazionale, allora ci sembra che questa carica di Piazza Maggiore in nome della morale pubblica cominci a perdere colpi; anche il cavallo prende ad essere colpito da rimorsi, non sente la giustificazione di tanto strazio bellico; il sangue che si ricerca con bramosia da combattente duro e puro comincia a disturbarlo perché della durezza del cavaliere non dubita, ma del resto sì; colpire un simbolo, peraltro ormai fermo immobile e fuori dai giochi del Palazzo, anzichè un malvagio in attività, crea all’animale qualche scompenso.
E non ce la fa, inciampa, la gente lo rivede come in una scena al rallentatore quando crolla un mito negli stadi; il destriero viene colpito da qualche riflesso accecante di obiettività che abbaglia le pupille abituate al buio del rancore nella fucina della fabbrica d’armi; non sente l’eleganza della singolar tenzone e da perfetto purosangue detesta i colpi di maglio sordo e talvolta incontrollato; si sdegna e si imbizzarrisce, non sta al disegno; prima di stramazzare, disarciona il vindice degli… “affari suoi medesmi”.
Nella polvere senza essere salito sull’altare
Il Napoleone del giornalismo vero, quello senza la complicanza dell’avvocatura, finisce una volta nella polvere senza essere stato sull’altar; e non ci può finire una seconda volta perché adesso l’hanno capito tutti quali sono i sistemi di dare certe notizie e di non darne altre, di valorizzare una richiesta di archiviazione a Busto Arsizio e di non parlare dei processi nei quattro punti cardinali dell’Italia, di stendere un velo pietoso (per sé) su una sentenza della Corte Suprema di Cassazione.
“Ahi, forse a tanto strazio cadde lo spirto anelo e disperò”; quello del cavallo, s’intende.





