UN MODO GARBATO PER GIUSTIFICARE I GRANDI ACCUMULI DEI MONACI
29 DICEMBRE 2013 – Anche a Capodanno l’Abbazia di Santo Spirito rimane aperta nella mattinata per consentire la visita ai suoi circa 16.000 metri quadrati di aule, corridoi, gallerie, chiese, magazzini (almeno per la parte restaurata) e con visite guidate, svolte gratuitamente dal personale della Soprintendenza ai beni artistici. L’iniziativa, che si estenderà anche a domenica 5 gennaio, fa parte di quelle allestite dalla Soprintendente Lucia Arbace (nella foto del titolo) per la maggiore fruibilità nel periodo natalizio di una delle più grandi abbazie d’Europa.
Sembra quasi un dato scontato che l’Abbazia di Santo Spirito, la casa generalizia dei Celestini, e la “Fonte d’Amore”, il luogo nel quale sono state identificate tante leggende di Ovidio (anche se in nessuna si parla del contesto agricolo ai piedi del Morrone), dovessero incrociarsi nella fantasia di qualche letterato e sotto l’influsso dello spirito medievale più profondo, quello della magìa. Tra i due “luoghi fatali” c’è una distanza di poche centinaia di metri: ma c’è un abisso metaforico, perchè il Dio di Celestino non era quello dei Romani, né poteva minimamente attingere alla tradizione degli “dei falsi e bugiardi”. Questo vuoto viene riempito in nome della contiguità geografica, che spesso nelle descrizioni letterarie evoca potenze assolute, perchè del genius loci si avverte l’indomabile fascino.
La sapida prosa di una inglese
E’ molto delicata, quindi, la leggenda che narra, proprio sulla costruzione dell’Abbazia celestiniana, Anne Macdonel nel suo “Negli Abruzzi” (Centro Studi Panfilo Serafini, Sulmona, 1991, tip. Qualevita di Torre de’ Nolfi), resoconto di un viaggio vero, alimentato da leggende e fascinose credenze degli Abruzzesi all’inizio del XX secolo, quando la sapida prosa della inglese in cerca di ristoro dagli inquinamenti delle fabbriche manifatturiere di Liverpool fece da costrutto ad una galleria di personaggi molto interessanti, tutti peraltro realmente vissuti anche se non realisticamente rappresentabili nei contorni che la tradizione popolare pretende di ritagliare loro.
Era dunque accaduto, secondo quello che la Macdonel ritiene di leggere in Finamore, “Archivio (per lo studio delle tradizioni popolari” e che invece si trova in Ciampoli “La leggenda d’Ovidio in Sulmona in “Archivio per lo studio delle Tradizioni popolari”, vol. IV, 1885″, che Ovidio fosse andato nel bosco di Angizia, presso Luco dei Marsi, dove aveva appreso le arti miracolose della magìa, che gli servirono poi a trasformare uomini in animali e cose, a costruire e demolire ville e templi, a “costruire un grande cocchio con cavalli di fuoco e, una volta montato su di esso, raggiunse Roma in un batter d’occhio”. Sono chiari gli influssi di tutto quello che si leggeva nelle “Metamorfosi” ed è altrettanto chiaro che Ovidio non trasformasse di sua iniziativa, ma si fosse limitato a descrivere le trasformazioni volute dagli dei. La stessa evocazione di un grande cocchio è ripresa dalla fantasmagorica descrizione della sfortunata avventura di Fetonte sul carro del Sole, uno dei più formidabili episodi dei quindici libri (v. “Gli elementi della natura nella poetica del Sulmonese”, nella sezione OVIDIO di questo sito).
Ovidio ricco perchè mago
Questo potere immenso di modellare la realtà al proprio volere o al desiderio di chi lo implorasse avrebbe consentito a Ovidio di accumulare ricchezze quasi infinite, come infinita era la ricchezza di una Roma capitale del mondo conosciuto, al punto che di questo accrescersi della sua fortuna si occuparono varie altre leggende, secondo le quali, mentre era papa, Celestino studiò le opere di Ovidio e “appurò che tra le macerie della villa del poeta, alle falde del monte Morrone, era nascosto un gran tesoro. Egli pensò di costruire la Badia di Santo Spirito nelle vicinanze di Sulmona e si fece fare perciò un disegno bellissimo. La gente che vedeva il disegno diceva: “Santo Padre, come farete a terminare una fabbrica tanto grande?”. Il Papa rispondeva: “Pietre e calce potranno mancare, ma non ci mancheranno i quattrini”. Nessuno sapeva che il Papa poteva disporre di un tesoro che non finiva mai. Il Papa rinunziò ad essere Papa, partì da Roma e tornò alle falde del Morrone, dove aveva fatto penitenza. Poi di notte andò a scavare il tesoro e trasportò i denari nel luogo dove voleva fabbricare la Badia. Si cominciò la fabbrica. Ci volevano quattrini con la pala, ma i quattrini non mancavano. San Pietro, ogni sabato che doveva dare la paga agli operai, andava a prendere tre sacchette d’oro e tre d’argento. Quando la Badia fu terminata il tesoro si richiuse. E da allora nessuna ha mai potuto sapere il punto preciso dove sta e come si fa a prenderlo. Fatta la Badia, che se ne doveva fare San Pietro del tesoro?”
Torna il motivo dominante di tante leggende sulla costruzione di imponenti opere degli uomini: che, cioè, le risorse sarebbero state attinte da fatti precedenti, da giacimenti dei quali si era favoleggiato (del resto, non era una favola che il Colosseo sarebbe stato costruito con l’oro di Gerusalemme). E l’abbazia celestiniana, opera così importante per quel tempo (ma anche, a ben vedere, per il tempo di oggi) non poteva che scaturire da un precedente, e questo da un ulteriore precedente, fino a risalire alla origine di tutta la ricchezza del mondo, perchè, in fondo, a questo servono le favole, se assecondano l’esigenza di ridurre tutto ad unità.
Ma un mago non è più forte di un imperatore
Le cose sono andate un po’ diversamente, perchè gli esametri di Ovidio non trasformarono Europa in un toro e neppure Callisto in un’orsa; e la relegazione del poeta non scaturì dalla risposta che egli, innamorato, lanciò ad un re che ostacolava il suo amore per la figlia (Augusto, quindi): “Se tu non ci dai il tuo consenso, ti trasformerò in un caprone con sette corna!”. Ma una Abbazia tra le più grandi d’Europa era lì, vera e concreta, e qualche magìa doveva pure averla originata, qualcosa di diverso del duro lavoro quotidiano, della costruzione di pietra su pietra, del “fuoco sacro” che animò un uomo in spirito prima che abbandonasse tutto per seguire la sua strada solitaria.






