LIBERARE I MOLISANI DALLA TRAPPOLA CHIAMATA MOLISE

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CONVERSAZIONE CON MILENA GABANELLI SULLA IPOTESI DEL RICONGIUNGIMENTO NELL’ARTICOLO DEL CORRIERE DELLA SERA IL PROGRESSIVO IMPOVERIMENTO DI ISERNIA E CAMPOBASSO

13 MARZO 2024 – Le cavie di uno dei primi esperimenti di autonomia regionale spinta non si sono accorte di nulla. Ma più in alto di loro, tra quelli che osservano gli effetti di una autonomia malsana, i conti tornano: e queste ubriacature di localismi, queste esasperazioni del ruolo delle monadi rispetto agli organismi complessi, sono prese per quello che sono. Il Molise non andava staccato dall’Abruzzo, come l’Emilia non è stata scorporata dalla Romagna (nella foto del titolo un viadotto del collegamento tra Abruzzo e Molise, la Strada Statale 17). Per costituire la regione Molise nel 1963 si è dovuta istituire una provincia con capoluogo un paese: Isernia nel 1963 era come Pratola Peligna. Ma, in nome di un decentramento che serviva solo ad aumentare collegi elettorali e, quindi ad incrementare fittiziamente la rappresentanza, la antica aspirazione di Sulmona a ritagliarsi una provincia che arrivasse fino ai confini con Campobasso è stata sacrificata a favore di un paese privo di servizi, che privo di servizi sarebbe rimasto per sessanta anni fino ai giorni nostri.

Esperimento fallito, dunque: ma nessuno finora è venuto a liberare le cavie dell’autonomia artificiosa, cosicchè gli abitanti del Molise, sempre più pochi (dai 418.000 del 1963 ai 289.000 di adesso) sono privi di vari servizi e quelli che hanno costano allo Stato più che nelle regioni ricche e complesse, dove ci sono otto province invece delle due tra Abruzzo e Puglie.

Si è posato su questo contorto esperimento lo sguardo di una giornalista che è abituata a vedere in faccia la realtà, senza edulcorarla al servizio di una tesi preconcetta: Milena Gabanelli, tra le mille cose che ha da fare, si concede ad una piccola riflessione, quando, con il numero di cellulare che ci passa cortesemente il suo collega del “Corriere”, Giuseppe Guastella,  in transito a Sulmona per trovare la madre, la raggiungiamo in un pomeriggio per lei uguale agli altri di intenso lavoro. Per noi è anche un modo di verificare se abbiamo esagerato nel dare grande risalto alla notizia della raccolta di firme da Isernia oppure se hanno sbagliato giornali e siti di tutto Abruzzo ad ignorare quella notizia. E i candidati governatori a non accennarne neppure durante la campagna elettorale.

“Piccolo non è bello” risponde alla domanda se un pezzo d’Abruzzo deve rimanere la contraddizione che è chiamandosi Molise: carenza di servizi, sostanziale identificazione con la regione dalla quale è stata staccato, sia in termini storici che sociali. Alla obiezione che l’autonomia è stato conferita alla Valle d’Aosta, al Trentino, all’Alto Adige, la dott.ssa Gabanelli prende questi esempi come conferma che dei perimetri amministrativi possono ritagliarsi quando realmente coincidono con realtà diverse. Ma la divisione, nel caso del Molise, sembra aver tarpato le ali dello sviluppo; o, quanto meno, del benessere, se gli abitanti si riducono così vistosamente, se non c’è scommessa sul futuro e prevale un pizzico di nostalgia a lungo repressa dalla ripartizione territoriale che fa comodo alle segreterie dei partiti e a qualche modestissimo potere locale che si può chiamare anche campanilismo.

Dall’alto, dunque, dalla posizione privilegiata di una giornalista che analizza dati e connessioni, i molisani sembrano in trappola, “sommersi dai debiti” dentro gli steccati nei quali sono lasciati da sessanta anni, a sperimentare l’isolamento, a scoprirsi, come narrava Alberto Cavallari sul principale quotidiano italiano “una provincia cenerentola, eternamente seconda, rimasta in fondo alla serie B dei Paesi sottosviluppati”.

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