A PALAZZO MASSIMO SINGOLARE AVVERAMENTO DI UN ANTICO VATICINIO
19 GIUGNO 2015 – Ha scritto che la sua poesia vivrà fin quando sulla Terra si parlerà della grandezza di Roma: cioè sempre. Ora è addirittura commovente che il caso abbia accostato l’opera di Ovidio alle insegne imperiali di Roma. Sono lì: le “Metamorfosi” e, due piani più sotto, nei forzieri di Palazzo Massimo in Piazza dei Cinquecento, dove non si sente il rumore di autobus, tram, motociclette, aerei e gente affannata, lo scettro che fu di Massenzio (nella foto in alto) e che in tutta fretta un generale (forse) nascose dopo la disfatta di Ponte Milvio, il 28 ottobre 312 d.C., quando Costantino realizzò una delle tante marce su Roma che si sono succedute nella storia della città eterna, fino all’ultima, guarda un po’ il 28 ottobre 1922.
E’ solo un caso o è la lettura delle cose a venire che valse al Vate sulmonese la nominata di mago, anche per quel suo vaticinio (“sarò detto la gloria della gente peligna”) davvero arduo da pensare solo come tronfia vanteria?
Non è un caso, a meno che con questa parola non si voglia definire tutto quello che non si riesce a spiegare con i metri della logica.
E’ successo molto semplicemente che le “Metamorfosi” hanno vissuto il loro splendore soprattutto nel Medioevo e che si sono collocate tra le principali opere letterarie romane. Questo è risaputo, non bisogna aggiungere altro. Ma è successo anche che nel 2006 alcuni scavi tra il Colosseo e il Palatino hanno consentito di far tornare alla luce lo scettro (costituito da un’asta e da una sfera di pietra proveniente dall’India, segno della estrema vastità dei contatti della Roma di allora) e sei cuspidi di lance (nella foto in basso) che hanno rappresentato il potere massimo dell’Impero, quello trasmesso proprio da Augusto per primo.
I versi di Publio Ovidio Nasone stanno nel sontuoso Palazzo che raccoglie molte delle straordinarie ricchezze della Roma vicino alle Terme di Diocleziano; e al piano terra, poco dopo l’ingresso, si trova la statua di Augusto, cioè proprio del primo imperatore, dell’estensore dell’editto per la relegazione di Ovidio a Tomi. Insieme a lui una serie di volti in pietra di personaggi altolocati nella Roma del primo secolo dopo Cristo; una eccezionale ricostruzione di frammenti di un calendario, con le indicazioni dei giorni fausti e di quelli infausti. Ma anche i rimontaggi in scala reale delle case dei Romani, più significative delle stesse rovine di Pompei, perché tutte rinvenute nelle adiacenze delle Terme e, particolare significativo ai fini di cronaca, a due passi da una stazione per ferrovia, la costruzione della quale fu intrapresa nell’Ottocento dai Papi.
Anche alla luce di questa notizia non si può avvertire una emozione intensa leggendo gli ultimi sette versi dei quindici libri delle Metamorfosi :
“Quel funebre dì che non vanta diritti se non sul mio corpo
Ponga il termine che preferisce alla mia vita precaria;
la parte migliore di me schizzerà immortale più su
del cielo stellato; e il mio nome sarà indelebile in terra;
e fin dove sul mondo si spande il dominio di Roma, i mortali
mi leggeranno, e per tutta la durata dei secoli tutti,
se i poeti hanno un qualche presagio del profondo futuro, vivrò”
(secondo la traduzione di Giuseppe Sermonti) oppure:
“Quando vorrà, venga pure il giorno fatale –
che può però disporre di questo corpo –
e ponga pure fine allo spazio (quale sia io non so) della mia vita.
Ma con la parte migliore di me io volerò in eterno più in alto delle stelle
E il mio nome rimarrà, indelebile. E ovunque si estende, nelle terre domate,
la potenza romana, le labbra del popolo mi leggeranno,
e per tutti i secoli, grazie alla fama,
se qualcosa di vero c’è nelle predizioni dei poeti, vivrò”
(secondo la traduzione di Pietro Bernardini Mazzolla)
e, nel testo di Ovidio :
“Cum volet, illa dies, quae nil nisi corporis huius
ius habet, incerti spatium mihi finiat aevi:
parte tamen meliore mei super alta perennis
astra ferar, nomenque erit indelebile nostrum.
Quaque pater domitis Romana potentia terris,
ore legar populi, perque omnia saecula fama,
siquid habent veri vatum praesagia, vivam”










