Più di San Francesco Sant’Amico se lo fece amico

507

sanfrancesco_lupodigubbioProtagonista indiscusso delle fiabe, spauracchio dei bambini e nemico giurato dei pastori, il lupo è stato in realtà competitore del cacciatore  almeno fino a quando la caccia ha rappresentato una ragione di sopravvivenza  per l’uomo e non una nevrotica attività ludica. Anzi, dei lupi l’uomo ha imparato a conoscere anche le tattiche di caccia,  immedesimandosi tanto nei comportamenti di questi canidi  da imitarne secondo alcune leggende persino l’aspetto, come si evince  dal mito del ‘licantropo’, tramandatoci soprattutto da alcune fiabe russe.

 

Facendo affidamento sulla gratitudine dei pastori, assai prodighi nell’elargizione di prodotti caseari, molti cacciatori si trasformarono – e non solo in Abruzzo- in lupari di professione, una scelta determinata anche dalla scomparsa graduale della selvaggina  causata dal taglio indiscriminato dei boschi  per l’approvvigionamento della legna da ardere e per la produzione di carbone vegetale, per tacer poi della legna di faggio utilizzata per la costruzione della suppellettile casalinga.

Ridottosi così il suo habitat naturale, il lupo ha intensificato gli attacchi nei confronti delle greggia.

Chi si è interessato di questo problema è stato il compianto Uberto D’Andrea, lo studioso di Villetta Barrea che ha pubblicato sull’argomento un lucido ma poco conosciuto saggio dal titolo : Notizie relative alla cattura ed uccisione di lupi in Provincia di L’Aquila tra gli Anni 1810-1813 e 1877-1924 ( Calamari 1976 ).

 Sicché oggi l’immagine del lupo è assurta a specchio fedele della cattiva coscienza dell’uomo ed a simbolo della natura bruta, domata solo dall’intervento di potenti figure di Benedettini.

 Ed alludiamo non tanto a San Franco di Assergi oppure a San Domenico, che di passaggio a Cocullo ordina ad un lupo  di  restituire alla madre il suo bambino, quanto a Sant’Amico , assai venerato in Abruzzo e nella stessa Sulmona nel periodo medievale, come testimonia il Cimitero di Sant’Amico che era situato nei pressi di San Panfilo. Secondo una antica leggenda agiografica, Sant’Amico viveva in un piccolo cenobio  presso San Pietro Avellana e  fu assegnato dai suoi Confratri, nell’ambito della suddivisione dei lavori nella comunità benedettina, all’approvvigionamento della legna, compito cui egli ogni giorno diligentemente attendeva, recandosi con una mula in un bosco situato non lungi dal convento.

Avvenne così che un giorno, mentre egli era intento a raccogliere legna, un feroce lupo divorasse

l’infelice quadrupede. Accortosi del misfatto, Sant’Amico convocò a sé la fiera e le rivolse  questo  breve sermone : “ Io so che l’hai fatto per fame,  ma ora mettiti nei miei panni : come faccio io a trasportare la legna in convento ? In verità ti dico, fino a quando il Signore ti concederà di vivere, tu svolgerai lo stesso lavoro della mula”. E pertanto il Santo caricò la legna sulla groppa del lupo, reso mansueto, e fece ritornò al convento, fra l’ilarità dei passanti. L’incredibile episodio di Sant’Amico ed il lupo fu immortalato in numerose tele ad olio ed in affreschi, come quello che si può ammirare nella Chiesa cinquecentesca di San Francesco a Carapelle Calvisio.

 A Cocullo invece, nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie, Sant’Amico è raffigurato in una tela con l’accetta sulle spalle, in ricordo della sua attività di boscaiolo. L’immagine del lupo, reso mansueto, rivela comunque il superamento dello ‘stato di natura’, che grazie alla mediazione dei monaci benedettini viene ricondotto nello ‘stato di cultura’, uno status che sembra allontanarsi oggi sempre di più dalla nostra società, in cui sono presenti i lupi, ma non i santi capaci di domarli.

Franco Cercone