Profilo di un socialista che si teneva lontano dai barbieri

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Mancini e barbieriRICORDATO ANTONIO MANCINI AD UN ANNO DALLA SCOMPARSA

14 GIUGNO 2013 – Nell’aula consiliare del municipio è stata ricordata la figura del prof. Antonio Mancini, geologo, giornalista, uomo politico. L’ hanno tratteggiata in molti, tra colleghi, amici, sotto l’insegna di una frase accanto alla sua sorridente immagine: “E che faccio il barbiere, io?”. Ne ha parlato anche il neo-sindaco, Giuseppe Ranalli.

 

Fra tutte le tante frasi che pronunciò Antonio Mancini questa del “E che faccio il barbiere, io?” gli procurava qualche imbarazzo e di certo, se avesse potuto, l’avrebbe disconosciuta, almeno in pubblico. Conteneva un non celato compiacimento professionale, qualcosa che larvatamente potremmo accostare, con gli strumenti dei mass-media di adesso, alla dignità di casta, alla voluta sottolineatura della prevalenza della professionalità intellettuale; qualcosa, insomma, che faceva a cazzotti con il socialismo. Ci raccontò dell’episodio nel quale avrebbe voluto farsi un pizzico perchè, parlando di sapienza e di destrezza nel fare le professioni (in quel caso: il giornalista) aveva pronunciato la fatidica frase e, giratosi, si accorse che vicino a lui c’era un barbiere. Ci fu in effetti un periodo nel quale girò con capelli e barba lunga, ma non è da pensare che dipendesse dall’essersi tenuto lontano dai saloni.

Questa che considerava una gaffe conclamata non lo distolse in seguito dal ripetere quel sottile e malizioso paragone e ai colleghi giornalisti che “bucavano” la notizia dava dei “barbieri”. Ci trovammo invischiati in questa definizione, al punto che, avendo dinanzi casa la redazione del Messaggero guidata da Antonio Mancini, il giorno successivo ad un “buco” dato alla cronaca (attraverso “Il Tempo”) posizionammo le casse di un impianto stereo sul balcone che distava cinque o sei metri dalle finestre della concorrenza, con il “Figaro” di Rossini a tutto volume. Episodio che avremmo cancellato dalla memoria in eterno se non ce lo avesse ricordato proprio Antonio Mancini alla mostra di foto e articoli di Maurizio Padula, valoroso collaboratore del Messaggero scomparso a soli trentatré anni per una operazione andata male.

Beninteso: andava ad onore suo e della sua intelligenza il fatto di ricordare anche gli aspetti beffardi della professione e della satira tra colleghi. Ma di certo l’essersi ricordato di una cosa così ingenua e remota dimostrava che lui a quella distinzione dai barbieri teneva molto. E sapeva esprimersi, peraltro, con grande maestria e padronanza anche nelle arti che richiedevano manualità, come nell’arte culinaria, ma sempre accompagnando la spiegazione di come si taglia il tartufo o come si coltivano i carciofi con grandi riferimenti teorici, rigorosamente scientifici: insomma era intellettualmente un precursore, un professore h24. La frase che meglio lo avrebbe caratterizzato ci sembra potesse consistere in “Come volevasi dimostrare”, che conclude tutte le illustrazioni e spiegazioni della geometria, perchè occorre anche dire che la chiarezza era un pregio tutto suo.

Qualche volta andava oltre la scienza, ma per partito preso. Cospicua rimase la reazione ad un’altra notizia data dal Tempo sulla rottura (da parte di una ruspa) dell’acquedotto del Gizio che rifornisce Sulmona. Si stava rifacendo la Statale 17, tra la cascata dell’acqua e le Case Panetto e, di conseguenza, si dovette porre rimedio sospendendo l’erogazione, con gravi disagi per quasi tutta la città, in estate. Forse per sminuire la portata della notizia, il corrispondente del Messaggero sostenne con certezza che non poteva essere la conduttura principale dell’acquedotto: “Era uno sfiatatoio” fu la sentenza. L’esame della zona circostante (sembrava una risaia piemontese) dovette convincere quelli dell’Anas che non si trattasse di uno sfiatatoio e che attraverso quello squarcio era… il Gizio stesso che parlava. Non riuscì mai a convincere Guido Vernacotola, collega del Tempo e angariato da una gastrite tormentosa, di averne superato una con dosi industriali di peperoncino.

E’ vero, in definitiva, a prescindere dalla frase che gli si attagliava meglio, che le conversazioni con Antonio Mancini erano un momento di estasi per chi sapeva apprezzare lo spirito che le animava, le punte sublimi di astuzia e il sarcasmo feroce, in un percorso da montagne russe che era quanto meno divertente.