SOTTO GLI OCCHI DI CELESTINO

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Il disdegno del potere

Il luogo e l’atmosfera erano quelli di un rito propiziatorio

in vista di un grande avvenimento: la Chiesa era quella della “Tomba”, che è di un romanico austero e, quindi, imperioso. Il cerimoniale non ammetteva equivoci, con due presuli seduti nei pressi dell’altare; l’afflusso di gente superava quello delle celebrazioni pasquali e natalizie.

Tutto normale, fin qui, dato che si trattava di parlare della visita di un papa a Sulmona dopo quasi ottocento anni e dopo che quel papa che vi celebrò messa alla fine del Duecento era proprio quello della Rinunzia.

Ma, passo dopo passo, il cammino che Bruno Forte ha compiuto nella illustrazione della “menora’h” e dei significati delle sette luci nel candelabro ebraico ha lasciato lo spazio ai motivi profondi di un incontro così evocativo come quello che Benedetto XVI ha voluto programmare per il 4 luglio a Sulmona. Dalle illustrazioni professorali (e peraltro chiarissime all’ascoltatore che collabora con un minimo di attenzione) Forte è arrivato a riferire le frasi del Papa che delineano una condizione che con la infallibilità del famoso dogma hanno una certa distanza.

Per questo, l’orecchio del laico si fa più attento quando non si può più rinviare la risposta all’interrogativo : “Perché proprio nella città da dove partì il Papa che conobbe la Curia ed i suoi meccanismi ed abdicò?” perfettamente correlato a quello: “Perché proprio ottocento anni dopo la scelta di un Papa eremita ?”. Papa Ratzinger non viene a celebrare un pontefice del Rinascimento e neanche uno stratega del Risorgimento.

Tra le colonne restituite alla semplicità del romanico e sotto l’arco che ha recuperato la sua linea slanciata una volta rimossi gli orpelli del Seicento e dell’Ottocento, Bruno Forte ricorda che il Papa ha detto di recente : “Ci attaccano ed hanno ragione”; “Dobbiamo fare penitenza”. L’aspetto curioso è che un cristiano non dovrebbe creare scalpore nel pronunciare queste frasi; ma che un papa non si turbi e non si senta diminuito nel riconoscere che la Chiesa ha dato spunto alle accuse che le vengono mosse è davvero rivoluzionario e probabilmente può accadere nello spirito e sulla scia di Celestino V, visto che la maggiore accusa alla Chiesa è quella che si lancia abbandonando il trono.

E non sono frasi ad effetto o soltanto catartiche, perché Bruno Forte prosegue su questa linea (ovviamente la linea di Benedetto XVI) quando parla della sesta luce della “menora’h”: le riforme. “La Chiesa non può contenere il compromesso con il mondo”. Mette in guardia: “Sembra di sentire gli accenti di Savonarola. E in questo sta l’importanza :  Benedetto XVI°  usa gli accenni di Savonarola, ma da papa” .  E rincara : “Non applaudiamo un Papa che viene a declamare la grandezza della Chiesa”.

Più di una volta chi ha letto “L’avventura di un povero cristiano” di Silone, ma anche molti altri libri intessuti del dibattito tra le concezioni pauperistiche del potere della Chiesa e le concezioni autoritarie del seggio di Pietro, deve essersi chiesto perché nessun papa abbia mai pensato a fare una visita alla cella di Celestino nel convento di Sant’Onofrio sul Morrone. La risposta può essere apparsa semplice, vista la Rinunzia: chi rimane, nonostante tutto, sul seggio di Pietro non condivide, giorno dopo giorno, il gesto estremo di Pietro Angeleri. Recarsi con una tiara nel luogo dove Celestino rifiutò il mondo (anche se questo non è del tutto vero) e dove cercò di ritornare, perseguitato da un successore che non rifiutò la tiara, potrebbe apparire addirittura farsesco, se il gesto non fosse preannunciato da un programma di visita ben chiaro.

Benedetto XVI viene evidentemente a dire che la Chiesa non è potere; che la Fede non si impone con le Crociate; che la intelligenza non si può mortificare. E, prima che la tiara tornasse ad aleggiare nei luoghi dello spirito dove Celestino maturò il suo rifiuto verso una impostazione troppo terrena del ruolo della Chiesa, occorreva che passassero molti anni, secoli. Forse occorreva anche aver pensato a lungo a quell’eremita, a quella Chiesa strumentalizzata da un potere politico che addirittura lo andò a prelevare dall’eremo per portarlo ad una incoronazione finalizzata, lasciandogli il tempo di pochi mesi per rinunciare e tornare alle esigenze del suo spirito, alla sua salvezza.

Può essere stata una purificazione quella voluta da Bruno Forte. In definitiva, se la visita di un anno fa all’Aquila era dettata dalla esigenza di essere presenti in una tragedia, sembra che questa di Sulmona, che si svolgerà sotto lo… sguardo continuo delle finestre dell’eremo aggrappato al Monte Morrone, sia stata dettata da una svolta, cioè da una riforma che potrebbe essere più forte dello stesso sisma luterano perché voluta dal papa direttamente. A meno che, poi, non siano più forti le esigenze temporali di una Curia smodatamente autocratica. Ma il successo, sotto questo profilo, dipende anche da Mons. Bruno Forte.