TUTTO COMINCIO’ CON UNA VESPA DI SECONDA MANO.

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IL RACCONTO DI 24.000 CHILOMETRI PERCORSI DA GIORGIO BETTINELLI TRA ROMA E SAIGON NEL 1992.

LO SCOOTER GLI SERVI’ POI PER ALTRI 240.000,00 KM. NEL MONDO

Non la voleva neanche per regalo la Vespa che un pover’uomo del Bali gli proponeva. Poi la prese, per una manciata di dollari, ottanta, ma solo perché mentre i due parlavano arrivò trafelata la moglie del pover’uomo perché il creditore della famiglia stava prelevando i mobili di casa e tutte le cose degli oltre dieci figli.

 bettinelli

Fu il colpo di fulmine tra Giorgio Bettinelli e il mondo della Vespa inventata da Corradino D’Ascanio, quel mondo che ha fatto scrivere tanto, ma che a Bettinelli ha consentito di percorrere l’equivalente di oltre sei volte il giro dell’equatore tutto sulle due ruote tanto celebrate e pur tuttavia tanto da lui stesso disdegnate. Il racconto del vespista nel suo libro più interessante, manco a dirlo “In Vespa”, edito nel 1997 si colloca sulla scia dei grandi ritratti dell’assurdo, delle narrazioni che esaltano la componente della fortuna e delle occasioni imprevedibili. Un anno dopo aver acquistato quel primo scooter, Bettinelli, nato in Italia nel 1955 e morto per un malore improvviso nel 2008 in Cina, dove si era risposato, acquistò una Vespa nuova, nel 1992 e il 30 luglio partì per Saigon, a 24.000 chilometri. Vi arrivò effettivamente e senza danni il I° marzo 1993, con un bagaglio di cose materiali esiguo, da poter sistemare un po’ sul portabagagli sulla ruota posteriore e un po’ su quello, ancora più scomodo, della ruota anteriore; ma con una esperienza che, filtrata attraverso una rilevante base culturale, fa di questo diario di viaggio un romanzo, ricco di impressioni, in parte di divagazioni leggere, molto spesso di considerazioni anche amare. Bettinelli a bordo della sua Vespa non si è mai sentito un vincitore, anche quando ha percorso le strade aspre dell’Alaska e della Terra del Fuoco, dell’Australia e del Sudafrica, del Cile e della Tasmania. Traspare dallo scomodo palco su due ruote un teatro di avventure di vita che lo scooterista guarda con disincanto, quasi che si sia voluto nascondere per osservare meglio. Ma l’autore elargisce a piene mani delle osservazioni molto profonde  su quello che il mondo sapeva offrire e, fino a prova contraria, sa ancora offrire, pur se sono passati venti anni circa da quel viaggio ai limiti del reale ed una certa leggenda afferma che il terrorismo ha cambiato gli esseri umani. Va anche detto, per evitare che chiunque, magari senza prudenza, pretenda di cavalcare una Vespa per partire domani per Pechino, che Bettinelli ha avuto la collaborazione di una azienda che su quei viaggi contava per promuovere il prodotto. Ma è fuori dubbio che comunque si può girare il mondo in motoretta e tornare sani e salvi. Non è poco, anche dopo trecento anni dal secolo dei Lumi. E si possono raccogliere petali di solidarietà umana che oltrepassano di parecchio le ostilità di gruppi, Paesi e anche di semplici squilibrati. Per esempio, Wayan, il pover’uomo che riuscì a vendere la Vespa a Bettinelli e che, rivisto lui e lei dopo una gagliarda messa a punto, non si pentì di avergli fatto fare un affare, come farebbe un qualunque povero non in spirito.

Strada e vocabolario

 Oh, il vocabolario, lo adoro. Ma adoro anche la strada, ben più meraviglioso vocabolario

ETTORE PETROLINI, Come recito

Annota Bettinelli “era sinceramente contento nel vedermi così entusiasta e neofita a godermela un mondo sulla Vespa che era stata sua. In quel periodo diventammo amici sul serio e Wayan seppe stupirmi una volta di più con la bellezza del suo carattere, con la gioia genuina che gli nasceva dal vedere la gioia altrui. Avevo già imparato a riconoscere l’amicizia anche da questo: è proprio quando tutto ti va per il verso giusto che un amico vero non è invidioso di te, non gode nel denigrarti, non cerca di sminuire agli occhi degli altri il tuo benessere, ma ne fa piuttosto un motivo di benessere anche proprio”. C’era bisogno di andare in Vespa fino a Saigon per scrivere questo ? Sì, se prima lo si era sottovalutato.

Nell’epoca del tramonto del desiderio, inteso come stimolo per tentare nuove avventure, sia materiali che spirituali, Bettinelli va in controcanto con la descrizione di come cominciò a crescere la voglia di compiere qualcosa di veramente grande per un uomo solo: “Ma già sapevo che l’idea era nata dentro di me, già sapevo che sarei andato in un modo o nell’altro dall’Italia al Vietnam su una Vespa, magari facendo debiti, magari vendendo la casa, magari elemosinando lungo la strada. Già sapevo che avrei cercato con tutto me stesso di realizzare quel sogno”. E, visto che la volontà aveva dato il primo spintone, aggiunse per buon peso la determinazione, pure inflessibilmente rispettata, di fumare la successiva sigaretta solo nella piazza centrale di Saigon. La volontà, ciascuno lo può scoprire da sé, si autoalimenta e non fa sentire la fatica : “E questo stakanovista impegno impostomi da nessun altro se non da me stesso mi comunicava chilometro su chilometro una voluttà aspra, una frenetica voglia di continuare”. Oppure : “Dopo la sosta di una notte a Bonjol proseguii verso Medan, che distava ancora 600 chilometri, e strada facendo sempre più mi rendevo conto di quanto gusto mi desse viaggiare con un mezzo mio, col quale potersi fermare dove si vuole e ripartire quando si vuole”. Se tutto questo possono fare due ruote in versione economica, senza smargiassate da grossa cilindrata, vuol dire che il moto è la misura dell’uomo e che il motore di Corradino D’Ascanio ha davvero dato le gambe robuste ai sogni impossibili. Aspirazione realizzata e impresa ben retribuita per il patriottico ingegnere di Popoli, che aveva l’Italia nel cuore: Bettinelli racconta che tutti quelli che riconoscevano la Vespa, anche nelle lande desolate, pronunciavano, ciascuno a modo suo, ma tutti con grande ammirazione, la parola “Italia ?”.

Giorgio Bettinelli, IN VESPA Da Roma a Saigon, Feltrinelli, 2009, pag. 295, € 8,00