“TROPPO SERVILE, QUESTO OVIDIO PRENDE IN GIRO”

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Il volume di Luciano Canfora su Augusto

PAGINE DI CANFORA DEDICATE AL SULMONESE NEL SUO ULTIMO “AUGUSTO FIGLIO DI DIO”

12 LUGLIO 2019 – Trovarsi al Foro romano nell’anniversario della nascita di Giulio Cesare, dopodomani, dà il senso di come tutta la storia di Roma si incentri ancora sulla sua figura se, tra tutti i personaggi che la animarono, solo lui riceve ancora, dopo 2119 anni (o 2118, secondo che si fissi l’anno di nascita nel 100 o nel 99 a.C.), un omaggio floreale nel luogo ove sorge il suo monumento funebre, piccola costruzione rispetto ai templi che la Roma dei secoli successivi ha dedicato ai suoi “duces”.

Ancora da Cesare, del resto, Publio Ovidio Nasone assumeva che sgorgasse la legittimazione perché si celebrasse il Dio Augusto, il suo figlio adottivo: cioè ancora in un contesto nel quale il primo imperatore di Roma, il beneficiato del lungo cammino che Cesare aveva intrapreso (e quasi compiuto) per superare la Repubblica, cercava, attraverso i suoi storiografi, di proporsi con una nuova, definitiva immagine fondante. Nell’ultimo libro delle “Metamorfosi”, Ovidio giunge ad un non richiesto “servilismo” (così duramente definito), addirittura non in linea con tutto l’impianto della sua opera più celebrata e da lui stesso indicata come il suo unico, vero capolavoro. E questo “servilismo” alimenta in Luciano Canfora, che esprime un così dura giudizio, il sospetto che si possa trattare di ironia, cioè dell’unica forma di dissenso che era consentita nella epoca nella quale Roma aveva stretta necessità di seppellire l’”opinione diversa”.

Oggi scrive molto di Ovidio il Canfora che lo ha studiato approfonditamente e che proprio per questo è riuscito a tratteggiare una ipotesi suggestiva e filologicamente la più interessante che il terzo millennio ha aperto sulla storia della Roma augustea: quella che per primo Ovidio aveva prospettato una ascesa al potere di Augusto basata sulla scomparsa “per stesso destino” di due consoli, Irzio e Pansa, nella battaglia di Modena. Ne scrive nel suo “Augusto figlio di Dio” per i tipi di Laterza, 2015, pagg. 1-563, ove troviamo compreso un accurato “Diario di una resistibile ascesa” con le date di una probabile, alternativa riedizione delle “Res gestae” ed uno straordinario “Indice dei nomi” di venti fittissime pagine.

Il paragrafo riservato al Sulmonese si apre in modo lapidario : “La codificazione di una falsità man mano imposta come verità (la cosiddetta “storia sacra”) ha questo di bello: che per cerchi concentrici produce amplificazioni sempre più deformanti. Nel caso della guerra di Modena, l’approdo estremo si trova nel finale del libro XV delle Metamorfosi ovidiane (vv. 745-879): testo purtroppo squallido, se non lo si vuole salvare come sottilmente ironico, visto che parrebbe fare il verso, caricando fino allo spasmo i toni, alle profezie “infernali” del sesto dell’Eneide”.

Dunque allo squallore c’è l’alternativa: che Ovidio volontariamente si vesta di abiti non suoi e descriva con toni “puerili” la celebrazione dell’immenso potere acquisito da Cesare e trasmesso ad Augusto. Se Cesare è quello che Giove non vuol sottrarre al destino della congiura nonostante le suppliche di Venere, si può fare affidamento, il massimo dell’affidamento, in colui che, in una sorta di predestinazione che si avvicina molto alle tematiche cristiane (osserva proprio Canfora), seguiterà e amplificherà l’opera del più grande dei condottieri e, forse, dei riformatori della Storia dell’umanità. E questi non può che essere Augusto, un altro Dio, come sarà celebrato nella Roma dei secoli successivi.

Con questo escamotage Ovidio impegna i versi successivi a glorificare Augusto, ma attraverso addirittura le parole di Giove, il primo degli dei, che giunge a fornire una versione diversa della battaglia di Modena: “le mura diroccate di Modena assediata chiederanno la pace” ad Augusto, ma in effetti Augusto combattè a fianco di Irzio per liberare Modena dall’assedio posto da Antonio alla città. Canfora in queste parole di Ovidio individua un “capovolgimento sfacciato della realtà”, che però non condanna (non potrebbe, è un filologo) e addirittura definisce “grandioso”. “E’ la ulteriore semplificazione, dopo trent’anni dalla pubblicazione dei Commentarii – prosegue l’attentissimo autore – del sofisticato escamotage di Ottaviano, che pretendeva di aver combattuto, sotto Modena, non per Decimo Bruto ma contro Antonio. In poesia, specie se cortigiana, non si può andare per il sottile”.

Il capovolgimento della realtà sarà apparso tale anche a Ovidio, perché Canfora, riprendendo proprio quello che scrisse sul “Colpo di Stato” di Augusto, ricorda in questo “Augusto figlio di Dio”, che Ovidio scrive “queste falsità” tra il 5 e l’8 d. C., poco prima di “essere sbattuto in esilio da Augusto” ed “è la stessa persona che una volta in esilio, per indicare la propria data di nascita dirà : “Sono nato nell’anno in cui morirono per analoga sorte (pari fato) entrambi i consoli” (Tristia, IV,10,6), con evidente allusione a quello strano “fato comune” a Irzio e Pansa, finiti entrambi in malo modo sotto Modena mentre, insieme con Ottaviano – che secondo voci insistenti li aveva aiutati a morire – cercavano di liberare Decimo Bruto dall’assedio”.

C’è, secondo il docente acuto e ormai esperto di interpretazioni di testi e di silenzi, l’effetto dello “schema propagandistico, o meglio lo spartito su cui fanno le loro “variazioni sul tema” i vari Orazio, Virgilio etc”; c’è la “capacità addomesticatrice e seduttrice di Mecenate”, ma forse “Ovidio ha semplicemente voluto strafare, se proprio non ha capito la direttiva (al tempo delle Metamorfosi era storia vecchia di quasi 50 anni!)”. Per concludere, con una riflessione che sembra tagliata apposta per i nostri giorni, ma che evidentemente è eterna: “E comunque quando un intellettuale si impegna con accentuato servilismo su di un terreno che gli è intimamente indifferente se non estraneo, gli eccessi fanno pur sempre sospettare un doppio fondo di autoironia”. Canfora trova argomenti anche per questo: “Che senso ha darsi troppa pena di aderenza alla verità per un fatto i cui protagonisti (tranne uno) erano tutti morti da un pezzo? Di qui l’allegra disinvoltura con cui Ovidio capovolge i fatti. Non poteva prevedere che ancora anni dopo, alle esequie ormai di Augusto, qualcuno ancora si ostinasse a sollevare daccapo tutti gli interrogativi irrisolti della feroce guerra fratricida svoltasi sotto Modena, e dei crimini (veri o presunti) del princeps in quella circostanza”; e richiama al riguardo Tacito, Annali, I,10.

Ancora un mistero, uno dei tanti, sulla difficile comprensione del lascito ovidiano.

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