VENDERE AGLI O METAMORFOSI?

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LA CORONA DI OVIDIO COME L’ABBELLIMENTO DI UN RE CARNEVALE

16 LUGLIO 2015 – “Il problema” per chi non vuole affrontare problemi è sempre “un altro”.

Se viene prospettata una soppressione di uffici, “il problema” sta nello spopolamento del circondario, che determina statistiche tali da non reggere neanche una sub-succursale di una sub-agenzia; se la città non ha adeguata rappresentanza in assemblee e consessi regionali, il problema non è di chi dorme pur essendo stato eletto, ma risale all’emigrazione degli anni Sessanta che non consente di eleggere altri, come se tre pigri senza idee e asserviti ad un partito possano fare di più di un pigro senza idee e asservito ad un partito.

Così, se qualcuno mette una corona di aglio sulla testa di Publio Ovidio Nasone, il problema non sta in un sindaco che non fa niente per impedirlo e per impedire che della immagine si faccia scempio in un convegno, ma in una città che deve vendere l’aglio e che non può privarsi del marchio forte costituito dall’immagine di uno dei massimi poeti dell’Antichità. Oppure, se qualcuno ha sbagliato a collocare l’aglio sulla statua di Ovidio, il problema non sta nell’azione dell’impostore, ma di chi non riesce a collocare il Bimillenario nell’ambito “delle iniziative che possono contribuire alla rinascita della città”, come se parlare o scrivere di Ovidio senza sollevare i sulmonesi dalla disoccupazione sia soltanto accademia.

Questo modo di deviare i contenuti è talmente palese che può essere condiviso solo da chi nel Bimillenario deve vendere agli e non metamorfosi; che deve proporre ingozzamenti vari di prodotti tipici locali piuttosto che letture delle lettere dal Ponto (che forse sarebbero grate allo spirito del poeta relegato); che del poeta sceglie solo i versi lascivi per fare di Sulmona una città di arrapati da tutto il mondo, senza aver letto che Ovidio quei versi dice di averli scritti per un gioco che non rappresenta la sua arte e la sua vita. Ovidio, che piaccia o non, è ammirato nel mondo perché non ha mai legato i suoi versi ad un fine di utilità immediata e, quando ha sperato di avere almeno un piccolo orto a Tomi senza poter aspirare ai miracoli della “fertile terra peligna”, non ha mai parlato di aglio o di cicoria. Può essere un limite del suo veicolare la crescita dell’export dell’aglio rosso; ma a duemila anni dalla morte del Vate è opportuno prendere atto che quella era la sua poesia e quella è la poesia ammirata nel mondo. Aggiungere qualcosa che non sia di Ovidio, come il serto di aglio oppure il pugno chiuso di Lotta Continua (come fece “Sulmonacinema” qualche anno fa) significa, come sempre, sostenere che “il problema è un altro” e di Ovidio, invece di apprezzare i versi, occorre sfruttare il trend per fare cassa.