VITA DI HIDALGO CON SERENO DISTACCO

207

DON PASQUALE PAOLICELLI UOMO DEL NOVECENTO SENZA RETORICA – L’IRONIA CHE SALVA

14 OTTOBRE 2021 – Dopo aver cercato tracce delle sue lettere rivolte alla madre dalla prigionia di Mathausen durante la prima guerra mondiale, si può decidere che di un uomo e del suo tempo si scriva aggiungendo molta fantasia alle poche notizie sulla sua vita, che non fu lunghissima, ma fu costellata degli avvenimenti che mossero e travolsero la società italiana del ventesimo secolo. Pasquale Paolicelli, in realtà Vincenzo Pasquale Paolicelli, morì circa cinquanta anni fa, dunque di lui si può scrivere una storia, il racconto depurato delle passioni e delle vicende contemporanee che condizionano sempre la penna del biografo e quella del romanziere. Di lui si sarebbe potuto scrivere in termini obiettivi anche il giorno dopo del funerale, perché tale fu il distacco dalle vicende del suo tempo che nessuno si sarebbe risentito per un giudizio o per una lode. Tuttavia, è meglio attendere che il traguardo del mezzo secolo separi i lettori dai contemporanei.

Non fu uomo del consenso, non accarezzò nessuna idea di alleanza politica; rimase fiero nell’isolamento dell’hidalgo, ma non si concesse neppure alla critica corrosiva. Tutti gli avvenimenti che attraversò non lasciarono il segno nel suo carattere: li guardava dall’alto, come un freddo giocatore di chemin de fer, senza farsi scottare dalla sorte.

I cani e le auto furono i suoi compagni preferiti; ma seppe farne a meno nei due terzi della sua vita. E come potrebbe parlare con nostalgia della sua Lancia Lambda un uomo che non parlò mai ai suoi nipoti della Marcia su Roma alla quale aveva partecipato e che non rinnegò mai? Smentiva con la sua esistenza il luogo comune delle esperienze memorabili che si andranno a raccontare ai nipoti. Un uomo vero, un protagonista, non racconta sempre, anzi non lo fa quasi mai, pur se troverebbe orecchie curiose; pur se il racconto servirebbe a capire meglio, al di là della retorica celebrativa e di quella denigratoria. Prendeva la vita con distacco, sposando una donna della quale era quasi coetaneo con la madre; tra i parenti più stretti non si vociferò mai di crisi coniugali, perché forse fu una fusione a freddo che non denotò mai fuochi o ceneri.

Un filtro poneva a tutto: primo distanziamento era il bocchino con il quale fumava rare sigarette. Negli anni della agiatezza aveva messo un altro filtro tra sé e la Lambda portandosi dietro un robusto villico che girava la manovella per accendere i cilindri degli oltre duemila centimetri cubici che da solo non avrebbe neppure tentato di avviare. La vita scorreva meglio al di là di un finestrino, senza troppe promiscuità: un uomo che avrebbe attraversato la pandemia da coronavirus senza soffrire e senza affrontare il disagio di cambiare le abitudini, che infatti mantenne fino all’ultimo dei suoi giorni, del tutto ostile ai sovvertimenti.

Una Lancia Lampda del 1928

Vivendo con la moglie, la sorella di costei e la figlia di un’altra sorella, guardava il mondo che lo circondava ritagliando modelli del suo repertorio e non si avviliva (almeno non dava a vederlo) per l’elettricità che talvolta agitava l’ambiente. Quasi con sottile ironia e compiaciuta abilità descrittiva, soprannominava le tre presenze con accorta precisione: la madre superiora, la badessa e la novizia. Il mondo andava meglio, quasi scorreva su binari sicuri, con il determinismo che mette pace tra gli spiriti opposti: il suo, irregolare e più rivoluzionario di quello delle camicie nere, perché sovvertitore del conformismo e del quieto vivere, e quello delle organizzatrici e dispensatrici della vita quotidiana, dei doveri e degli imperativi categorici.

Se avesse voluto scrivere una storia di Sulmona, avrebbe avuto la posizione privilegiata di chi viene da lontano eppure si relaziona con tutti. Nato ad Apricena, nel foggiano, non mancò a nessuno degli appuntamenti che segnarono le tappe della vita cittadina. Gli ultimi li visse accanto al marchese Panfilo Mazara, con il quale trascorreva i pomeriggi al Gran Caffè ai tempi dello splendore dei velluti rossi nelle sale del palazzo del Liceo. Gli altri, precedenti, lo avevano trovato menomato perché comunque proveniente dalla “Marcia” del 1922, che peraltro non aveva mai tradotto in vantaggi per il suo patrimonio o per una carriera da gerarca. Il “filtro” andava applicato anche nei rapporti sociali e ritrovarsi con gli intrighi di palazzo gli avrebbe fatto sentire il disagio che qualche anno dopo sentì l’amico Panfilo Mazara. Meglio la libertà di decidere giorno per giorno. Oppure notte per notte, come quando dal Caffè Araneo, a Via del Corso, due passi vicino alla fatidica Piazza Venezia, optò lì per lì insieme ad altri tre per un viaggio per Parigi e fu respinto alla frontiera. Non era tutto pronto, ma il viaggio fu intrapreso, come le cose della vita degli immaginifici, che lanciano il cuore oltre l’ostacolo, ma non possono lanciarlo oltre la dogana. Furono rimandati indietro. Tuttavia, davvero la mèta di quel viaggio era Parigi? O non era il viaggio in sé, l’ebbrezza di trovarsi senza orario e senza permessi in terre lontane, sempre desiderate, anche se per il resto dei giorni e degli anni stavano bene dove stavano, in un mondo alieno, sufficientemente distante?

Distanti erano anche gli esperimenti della politica nazionale contro i quali lanciava i dardi di una ironia gentile, di chi si diverte a vedere i giri convulsi delle “convergenze parallele” e si aspetta performance sempre più lontane dalla logica. Passeggiando da Via Pescara imboccò il ponte di San Panfilo, che pare avesse attratto le critiche del re Vittorio Emanuele verso il progettista di un ponte fatto in curva e all’osservazione del cognato sul fatto che quel ponte girasse a sinistra, replico: “E’ un ponte saragattiano”, perché Giuseppe Saragat stava portando i socialdemocratici verso l’esperienza di centro-sinistra con i socialisti e i democristiani. All’uscita da Roma, sulla Salaria, si era assopito tra un cartello che indicava “Rieti 60” e quello che dopo dieci minuti indicava “Rieti 64” e al cognato alla guida che sottolineava l’assurdo, destatosi, disse : “E’ colpa del centro-sinistra”. Ogni rapporto con lo Stato e con le sue amministrazioni si risolveva nella prospettazione dei difetti dello Stato, fosse anche l’Azienda Nazionale Autonoma delle Strade.

Ma certamente questa delusione per le défaillance dello Stato erano frutto di una fiducia enorme nello Stato, tipica di chi era nato alla fine dell’Ottocento e visse le ideologie dell’organizzazione sociale assoluta, che poteva chiedere di partire per il fronte e restare prigionieri degli austriaci a Mathausen, ma poi doveva garantire una vita ordinata, rapporti sociali secondo logica e non secondo logiche opportunistiche. Un uomo del quale certamente si potrà dire: “Era un uomo del Novecento”, ma si commetterebbe peccato di presunzione sperando di imprigionarlo in una definizione.

Una sfilata militare in Piazza Garibaldi