1972, NON ERA ANCORA L’ORA PER IL CONSUMO DI HASHISH

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17 MAGGIO 2014 – E’ difficile collocare un periodo preciso nel quale la droga entrò nel contesto di Sulmona e del suo circondario.

Si può dire quando fu effettuata la prima operazione di polizia per arrestare un giovane che possedeva sostanze stupefacenti. Era il giugno 1972, in una delle tre serate della festa di Sant’Antonio di Padova. L’affare fu curioso perchè al cronista che leggeva la notizia al telefono e che incominciava l’articolo con il dato più importante (“La droga è arrivata anche a Sulmona”), lo stenografo rispose “Era ora”.

Non era l’ora: l’ambiente era più fragile di quello delle metropoli; vigeva una certa superficialità nel considerare ancora la differenza capziosa tra droghe leggere e droghe pesanti; la stessa normativa penale era articolata male prima dell’entrata in vigore della legge del 22 dicembre 1975. Non era l’ora, perchè i primi ad incontrare questo subdolo modo di evadere i problemi furono i ragazzi dei paesi vicini, ancora meno attrezzati di quelli sulmonesi a non cadere nella logica che uno spinello fa bene perchè distende e facilita la concentrazione, oppure si può sostituire agli psicofarmaci che creano dipendenza. Erano ancora lontani i tempi della proposta del ministro della sanità Renato Altissimo per la liberalizzazione delle droghe leggere (settembre 1979), ma erano già maturi i tempi perchè dai Paesi scandinavi giungessero le più vive raccomandazioni a non introdurre normative permissive sulle droghe leggere, visti i risultati che nella penisola scandinava questo esperimento aveva portato. Era vicina l’ubriacatura di raduni internazionali nei quali se non si fumava non ci si realizzava. Erano ancora voci che declamavano nel deserto gli studi seri e scrupolosi per approfondire le cause e le possibili terapie del disagio dei giovani, anche al di fuori degli ambienti ecclesiastici e forse con maggiore corredo di informazioni e dati scientifici che negli ambienti ecclesiastici.

E ci si avviava a considerare retrivi coloro che contrastavano le strane argomentazioni che il caffè crea più dipendenza della droga o che il fumo di sigarette determina più decessi; come se ad un consumo di per sé dannoso di sostanze cancerogene o in certa misura tossiche possa essere affiancato o sostituito altro consumo che comunque, si è visto negli anni, è andato ad appesantirsi su sostanze solo virtualmente leggere e contenenti principi attivi trenta o quaranta volte superiori a quelli del 1972.

Dunque non “era ora” e semmai era il caso di impostare divieti penetranti per escludere il consumo di tabacco in pubblico, come in effetti poi si è fatto, con una legislazione che ha impedito l’obbligo di subire il fumo passivo. Oppure si vuol sostenere che la proibizione del tabacco non è servita a garantire la salute dei non-fumatori nei luoghi pubblici e sarebbe bastato rimettersi all’autodisciplina dei fumatori?

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