AIUTARE UN SOLDATO SCONOSCIUTO PER SPERARE CHE QUALCUNO AIUTI TUO FIGLIO

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LE PICCOLE STORIE PARALLELE ALLA GRANDE STORIA DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE IN UN LIBRO DI MATTIOCCO

14 LUGLIO 2022 – Nei rivolgimenti delle grandi guerre, che fanno scrivere gli storici per cento anni ancora, il giudizio sulle persone prescinde da quello sugli eserciti e sui capi di Stato, se qualcuno racconta quello che le persone hanno fatto nei sotterranei delle piccole storie. Quindi  è utile leggere ancora, a distanza di ottanta anni, le storie inedite che la grande architettura della Storia non si ferma ad esaminare, perché si scopre che il senso di umanità lavora ancora quando l’Uomo si è smarrito. Da un libro che vuole essere il diario intimo di un uomo niente affatto legato all’esperienza della guerra (o, quanto meno, non forgiato da quella breve, seppure intensa vicenda) si legge di come le donne di un paese tra l’Abruzzo e il Molise accoglievano e rifocillavano i soldati a loro sconosciuti solo per nutrire la speranza che altre donne, in lontane parti del mondo, accogliessero o, almeno, non respingessero le richieste di aiuto dei loro mariti, dei loro fidanzati, seppure vestiti di una divisa sconosciuta o, addirittura, ostile.

Racconta questa strana speranza di scambio il dott. Ezio Mattiocco, che ha vissuto, all’epoca, il destino dei molti che cercavano di sfuggire ai rastrellamenti in Alto Sangro: di villaggio in villaggio, di bosco in bosco, di torrente in torrente, talvolta digiunando per giorni e talaltra costretto a sottrarre le patate, poco più grandi di noci, che una ispida “megera” stava cuocendo per i suoi maiali, unica speranza di sopravvivenza nell’inverno del 1943/44.

Le storie di sopravvivenza che Mattiocco narra in “E finalmente piangemmo insieme” (Università Sulmonese della Libera Età, 2022, pagg. 1.231) vogliono essere la trasposizione di piccoli appunti di viaggio e di impressioni che gli ottanta anni passati non hanno cancellato. Ma, come quando si solleva una grande rete dal mare per stenderne il contenuto su una barca, si animano  frammenti di vita che danno il senso della umanità che continua e che ha sostenuto quelle madri con la loro speranza effimera, fondata su un “do ut des” stipulato nell’etere.

L’ambientazione del libro di Mattiocco è tutt’altro che paragonabile a quella dalle tinte eroiche che ha caratterizzato molti, troppi libri sul periodo della occupazione tedesca nel Mezzogiorno e nel Centro Italia. Forse, quando ci avviciniamo più al centenario da quei fatti tragici per allontanarci dall’epoca nella quale (anni Settanta e Ottanta) con molte forzature si sono scritti artificiosi e non disinteressati racconti, si riconquista qualche spunto di curiosità per quella che si potrebbe chiamare, mutuando dalla titolazione di fortunate serie storiche, “La vita quotidiana durante la seconda guerra mondiale”, che poi è stata la vita di molti che non hanno avuto la forza di evocarla, tanto ha bruciato i sentimenti e le emozioni.

Il libro di Mattiocco celebra il pianto come espressione di partecipazione collettiva agli avvenimenti che ciascuno visse da solo mentre stava per perdersi nella disperazione del male incalzante, specie di alligatore che non vuole lasciare scampo e stringe sempre di più il cerchio per un finale scontato. Eppure, nell’oscurità di tante tragedie e nel silenzio che ne è seguito, raccontare le storie che non si sono mostrate agli storici aiuta a pensare che la condotta morale e la solidarietà non cesseranno, perché si sono tramandate anche quando tanti uomini erano diventati belve feroci per partecipare della grande architettura della Storia. Beati coloro, su tutti i fronti, che hanno saputo dire “Io sono un uomo”: i loro profili riaffiorano quando i libri si stampano ottant’anni dopo.

Accanto al titolo: Ezio Mattiocco visto da Antonio Di Fabrizio