“PER QUANTO IL MIO CUORE SIA PIU’ FREDDO DELLA NEVE”

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Ripercorrendo gli scenari delle lettere che Ovidio scriveva duemila anni fa

29 GENNAIO 2014 – Giungono dalla Romania (nella foto del titolo il monumento a Ovidio a Costanza, l’antica Tomi) notizie di un inverno tra i più gelidi; proprio uno di quelli che terrorizzavano Publio Ovidio Nasone nella relegazione impostagli da Augusto e che traspare nella sua fragilità e nella sua solitudine in questa lettera delle “Epistule ex Ponto”, datata probabilmente tra il 13 e il 14 dC.

Sembra nascondere l’ansia di un giornalista che intende narrare la cronaca più fresca: è l’Ovidio che non può descrivere il Trionfo di un condottiero vincitore, Tiberio. Non può perchè egli è lontano da Roma. Non vorrebbe gli ori e le ricchezze; avrebbe solo bisogno di immergersi nella folla per assorbire la gioia di chi partecipa ad un nuovo episodio della millenaria storia dell’Urbe, ma deve constatare di trovarsi nel mare più lontano. Tutto questo accadeva ancora duemila anni fa, quando il Sulmonese, forse nella stessa stagione che oggi costringe i rumeni a fermarsi perchè incalzati dalla neve e dalle bufere, si avvicinava a quel fatidico 17 d.C.

La “piccola opera”, come egli stesso la chiama, è indirizzata a Rufino e riguarda il trionfo di Tiberio sui Pannoni e sui Dalmati. Ma Rufino deve accoglierla con benevolenza. Infatti “i grandi poeti non hanno bisogno di un lettore benigno: lo conquistano per quanto scontroso e difficile”. Quanto a lui, ha perso “per lunghi travagli” il suo ingegno. E poi ha diritto ad una indulgenza più benevola: “Gli altri poeti hanno visto il trionfo che descrivono: diverso è segnare per scritto una cosa veduta. Io, a fatica, ho scritto di quel che il mio avido orecchio coglieva, le dicerie sono state i miei occhi”.

Opera improba quella di gareggiare con chi è stato cronista di un grande avvenimento. Ciò non di meno egli prova, sebbene gli manchino “i luoghi, la gente composta in mille figure”. Si sarebbe nutrito e scaldato agli applausi e al “lieto favore del popolo”. Solo una vista libererebbe i suoi sensi dal gelo “per quanto il mio cuore sia più freddo della neve, del ghiaccio e di questa terra che subisco”. E non ha per questo una adeguata attrezzatura psicologica. Si rivolge direttamente al lettore: “Nota pure che la mia lira, intonata ai lamenti, poteva male adattarsi ad un canto di gioia. Le parole mi uscivano male dopo il cordoglio; gioire mi appariva una novità. Come disavvezzi al sole resistono gli occhi, così la mia mente muoveva lenta alla gioia”. E qua (siamo alla quarta epistola del terzo libro delle “Lettere dal Ponto”) Ovidio trasmette il proprio disagio per l’inadeguatezza della sua poesia: “La tempestività è il bene più grande fra tutti, non è gradito il favore che giunge in ritardo. La gente, immagino, legge altre opere scritte a gara sul grande trionfo. Quelle il lettore beve per sete; le mie dissetato; fresca bevanda è quella, calda la mia. E non perchè io perdessi tempo e fossi inerte: io vivo sull’ultima sponda dell’immenso mare”.

Le fonti alle quali può attingere sono lente; e troviamo qui uno spaccato del funzionamento del servizio “postale” nell’Impero: “Prima che giungano qui le notizie e in fretta i versi nascano e tornino da voi, anche un anno trascorre”. Tremenda legge del contrappasso per un Romano abituato a divulgare i suoi versi non appena fossero sgorgati dal suo ingegno, senza filtri e senza sedimentazioni del tempo. Adesso, invece, nei suoi ultimi tre anni di vita, quando ha acquisito una facilità estrema nel descrivere battaglie e gesti di intrepidi cavalieri, Ovidio ricorda a Rufino che non deve meravigliarsi che “scelti i bocci da aiuola sfiorita, la mia corona sia indegna del vincitore”.

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