8 DICEMBRE 2013 – Fra le novità che abbiamo dovuto sentire in questo “Ars, Eros, Cibus”, si potrebbe prendere fiore da fiore.
Ma ci fermiamo a quella di Federico Moccia, che, secondo quanto riferisce “Fabbricacultura” tra l’avvitarsi di un bullone e il mugugno di un maglio (se no, che fabbrica sarebbe?), avrebbe affermato, ricordando che ultimamente ha visitato Sulmona molto spesso:“Sono innamorato di questa città e ho sempre trovato gente carina e disponibile”. E questo ci può stare, perchè uno può sempre passare in un’altra strada e non incontrarlo. Ma doveva bastare, senza che egli si spingesse in quel “Simpatica e divertente questa occasione di baciasi nella città del poeta Ovidio, il cantore dell’amore”. Sicuro?
Ma l’ha letto “Ibis”?
“Finchè vita mi resti, tra noi due ci sarà la stessa pace
che è solita tra i lupi e il timido gregge.
Io ti darò battaglia col verso che ho adottato, anche se è vero
che con questa cadenza non si usa fare guerra,
ma come del soldato non eccitato ancora va la lancia
dapprima al suolo pieno di biondeggiante arena,
così io non ancora ti colpirò con l’affilato ferro, e l’asta
non punterà da subito alla tua testa odiosa,
né in questo mio libello dirò quello che hai fatto e il tuo nome,
lascerò che per poco tu nasconda chi sei.
Più tardi, se ti ostini, il mio intrepido giambo invierà frecce
contro di te, intrise del sangue di Licambe”
Ma guarda un po’ che amore. A noi sembra piuttosto che Ovidio sia stato un uomo completo, che quando doveva lusingare una donna usava le mille dolcezze e quando doveva dire a qualcuno cosa pensasse di lui usava i dovuti aggettivi, senza mai complicarsi la vita per assecondare la definizione di “poeta dell’amore”. Anzi, come riferiamo in altro articolo (“Il gioco e l’anima nella ricerca della donna” nella sezione OVIDIO di questo sito), giunse pure a dire che i versi sul modo di conquistare le donne erano stati scritti per gioco e il suo stile di vita era ben altro. E nei “Tristia”, per sostenere di non poter essere definito licenzioso solo per quello che ha descritto nei suoi versi, cita proprio Terenzio che aveva raccontato di celebri cene, ma non per questo, dopo secoli, di lui si diceva che fosse un mangione. Moccia vorrà pure annebbiarci con l’amore ad ogni costo e potrà rispondere alla maniera di Roberto Vecchioni, che in un memorabile ritornello assicurava: “Forse non lo sai ma pure questo è amore”. E allora è amore pure un ceffone, sono amore pure le corna e, insomma, basta che una cosa succeda, fa parte dell’amore cosmico. E c’era bisogno di venire a Sulmona?
“Buia sia la tua vita lungo tutto il suo corso” incalza Ovidio che non canta solo amore e siamo appena al verso 62. E, sempre parlando del bersaglio dell’”amore”, gli fa un bell’augurio:
“E anche quelle pene a cui sarò sfuggito, egli sopporti:
la sua infelicità vada oltre ciò che penso.
E che non meno nuocciano a un finto nome i miei voti esecranti
E non meno commuovano i grandi dei”.
Ma Ovidio non può dire cose cattive, secondo il poeticamente corretto dell’anno 2013. Sembra che in questo scorcio di vita nazionale si debbano applicare le larghe intese pure a Ovidio, se passa il confine assegnatogli dai nuovi cantori dell’amore a tutti i costi. Possibile che Ovidio abbia potuto scrivere: “da iugulum cultris hostia dira meis” ? Quale cattivone potrà tradurre:
“Offri, vittima orrenda, la gola al mio coltello” ?
Cancellare subito, altrimenti Moccia si turba e pensa che Ovidio, oltre che all’amore, pensava pure a vedersi i fatti suoi e a dire la sua opinione sui nemici.
Poi, a guardare bene, non ci sembra che Publio Ovidio Nasone, in quanto a livello poetico e bravura tecnica, sia stato inferiore a se stesso in questo mirabile:
“La terra le sue messi ti neghi, e il fiume le sue onde,
ti neghino la brezza e il vento i loro soffi,
non abbia lume il sole per te né luce alcuna abbia Febe
e le fulgide stelle deludano i tuoi occhi,
non il fuoco né l’aria si offrano a te, e non vi sia terra
né vi sia mare alcuno che ti apra una strada”.
Se qualcuno, che abbia perso una causa contro di noi, si rivolgesse con queste sublimi evocazioni, con questa musicalità, mica ci dispiacerebbe, anzi. Non è questa vera poesia? E quanti metri sopra il cielo sta, rispetto a quello che scrive Moccia? E si potrà dire che questo non è il vero Ovidio? E perchè, non evoca tutta la potenza dei suoi versi e delle fascinazioni mitologiche questa bellissima: “Queste Furie ti agiteranno da vivo e da morto queste stesse,
e avrai vita più breve della futura pena.
Non avrai rito funebre e non avrai lacrime dai tuoi,
né pianti la tua testa gettata via lontana”?
Sinceramente potevano trovarsi un nume poetico più adatto alle smancerie le coppie che si sono baciate, con la benedizione di Moccia, in Piazza XX Settembre ieri sera.
Ovidio era di carne e ossa e vogliamo ricordarlo così. Chi vi ha mai detto che si fosse apprestato a usare lo stilo per descrivere le affettuosità del 7 dicembre 2013, che sono state insopportabili per lui soprattutto perchè ha dovuto conservare per tutto il tempo una posizione statuaria? E chi può escludere, senza fare violenza allo spirito del Vate, che si sarebbe divertito di più a ripetere quel
“Tra gli applausi del popolo sarai dal boia trascinato e infisso
Nelle ossa avrai un uncino. Le fiamme,
che afferrano ogni cosa, ti fuggiranno e, giusta, la terra
respingerà il tuo cadavere odioso
con le unghie e col becco, lento ti aprirà i fianchi l’avvoltoio,
sbraneranno il tuo perfido cuore avidi cani”
Sa Moccia cosa fossero le Belidi? Esseri inferocite perchè “portano sulle spalle un’acqua che svanisce” e per questa loro rabbia sono confinate “in luoghi opposti ai Campi Elisi”. Perchè Moccia non va a scambiare un bacetto con una Belide e poi ci racconta, come diceva Iannacci, “l’effetto che fa”?
E, visto che proprio Federico Moccia ha detto, secondo “Fabbricacultura” (ma dubitiamo perchè l’ultima parte della frase non ci pare un buon costrutto sintattico e invece Moccia scrive bene): “Mi piace soprattutto l’idea che questa iniziativa sia legata all’inaugurazione della restaurata fontana di Fonte d’Amore, la cui acqua, secondo un’antica leggenda popolare, sarebbe suggello d’amore bevendone cinque sorsi”, si faccia cinque sorsi all’acqua che, dopo millenni di “avanti e indrè”, le Belidi sono riuscite ad accumulare. Poi ci parlerà di amore cosmico.






