MONTAGNE OVIDIO DESCRIVE E DI BELLISSIME

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UNA NOTA A MARGINE DELLA INCOMPLETA LETTURA DELLE METAMORFOSI

5 GENNAIO 2013 – Nella descrizione delle “forme mutate” non potevano mancare la trasformazione della natura e la descrizione di componenti essenziali, come il mare (nelle ricorrenti scenografie dei naufragi) e i monti.

Ovidio ne tratteggia più di una, con una precisione di dettagli che autorizza a pensare che egli abbia frequentato da vicino e a più riprese i posti incontaminati del mondo di allora. In più di un passo, già dai primi libri delle “Metamorfosi”, i richiami alle manifestazioni più intense delle forze naturali, addirittura in qualche caso personificate da forze misteriose e non sempre benigne, sono frequenti, al punto che si può pensare che quello del contatto con la natura (“Gli indistinti confini” come titola lo scritto di Italo Calvino per l’edizione del poema in“Millenni” di Einaudi, Torino, 1979) sia un argomento che colloca i quindici libri di esametri tra i capolavori inneggianti ad una indissolubile unità tra uomo e animali, piante, addirittura rocce; insomma quello che si potrebbe chiamare, con termine moderno, un poema ecologico.

Bosco che mai aveva conosciuto scure

Per esempio, a significare come fosse viva in Ovidio la sensazione che ogni essere umano avverte addentrandosi in un bosco fitto, come potevano essere quelli, per esempio, degli Altopiani Maggiori tra le faggete di Pescocostanzo e gli abeti delle Cinque Miglia, si rincorrono a distanza di poche centinaia di versi (tra il 418 del secondo libro e il 29 del terzo) la locuzione “nemus, quod nulla ceciderat aetas – bosco che mai nei secoli aveva conosciuto la scure” e quella “Silva vetus stabat nulla violata securi – C’era una foresta antica, mai violata dalla scure” (nella traduzione di Piero Bernardini Marzolla) per quella intensità che l’incontaminatezza del luogo (talvolta sancita dalla esistenza di divinità) esercitava negli esseri indifesi.

Ma c’è anche la descrizione di una confluenza armoniosa di corsi d’acqua che costituisce una peculiarità della terra di origine di Ovidio (quella che dalla Romania della relegazione chiamerà le contrade della felice terra dei Peligni). Troviamo tutto nella narrazione della dolorosa vicenda di Io, dove non si può dire che Ovidio non descriva i luoghi delle montagne, come invece sorprendentemente è stato affermato da uno degli oratori ad un recente convegno tenutosi al Palazzo dell’Annunziata; addirittura, nel “frastuono che rintrona posti vicini e lontani”, si potrebbe notare una descrizione ripresa da Gabriele D’Annunzio ne “La fiaccola sotto il moggio” proprio con riferimento alla valle del Sagittario, ad Anversa, dove il dramma è ambientato e dove il Sagittario “mugghia”.

L’angoscioso destino di Io

Ma leggiamo il passo di Ovidio che sarà sfuggito a chi esclude la descrizione delle montagne in genere e di quelle abruzzesi in particolare:

“ C’è un bosco, nell’Emònia, serrato da ogni parte da forre scoscese; lo chiamano Tempe. Attraverso questa vallata, il Peneo che sgorga dalle falde del Pindo scorre via con le sue onde spumeggianti, e giù balzando pesante solleva nebbie che si muovono in leggere fumate e spruzza dall’alto le cime degli alberi, e col suo frastuono rintrona posti vicini e lontani. Questa è la dimora, la sede, il sacrario del grande fiume. Qui, assiso in un antro intagliato nella roccia, il padre di Dafne governava le sue acque e le ninfe che vivevano nelle sue acque. Ed ecco che, incerti se doversi congratulare con lui o doverlo consolare, arrivarono dapprima i fiumi della regione: lo Sperchìo ricco di pioppi e l’Enìpeo irrequieto, e l’antico Apìdano e il mite Anfriso e L’Eante: e poi gli altri fiumi che, per dove li sospinge il loro impeto, portano fino al mare le correnti stanche di tanti rigiri. Soltanto l’Inaco mancava, il quale, ritiratosi nel fondo della sua grotta, faceva crescere le sue acque col pianto, prostrato dal dolore per la scomparsa della figlia Io. Non sapeva se fosse ancora in vita o fosse fra le ombre, ma, non trovandola da nessuna parte, pensava che non fosse più e in cuor suo temeva il peggio. Giove aveva visto Io che tornava dal fiume paterno, e le aveva detto: “O vergine degna di Giove e che farai beato chissà chi quando ti sposerai, ritirati all’ombra di quei boschi profondi (e le aveva indicato le ombre dei boschi), ora che fa così caldo e il sole è al punto più alto, a metà del suo giro. E non aver paura di ritrovarti sola tra covi di belve; addentrati tranquilla nel folto, chè sei protetta da un dio, e non da un deuccio qualunque, ma da me, che tengo nella grande mano lo scettro del cielo, da me che scaglio i fulmini errabondi. Non mi fuggire!” Essa infatti fuggiva; e già si era lasciata dietro i pascoli di Lerna e i campi del Lirceo piantati ad alberi, quando il dio nascose la terra per un gran tratto sotto un fitta caligine, fermò la sua fuga e le rapì il pudore”.

Sulla avventura di Io rimandiamo ai due video ambientati a Villetta Barrea nel dicembre 2010.

Nella foto sopra al titolo una rappresentazione del “Teatro Natura” di Sista Bramini, ispirato proprio al contatto tra la poesia ovidiana e gli scenari montani, alcuni riconoscibili nell’Abruzzo

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