LE METAMORFOSI VISTE DA CALVINO

2386

GLI INDISTINTI CONFINI TRA GLI  DEI E LE IDEE

Di una contiguità tra uomini, animali e cose e, quindi, di un passaggio sempre possibile tra le varie condizioni parla Italo Calvino a proposito delle “Metamorfosi” di Ovidio e proprio in uno scritto introduttivo della edizione dei “Millenni” di Einaudi del 1979. Annota, tra l’altro, che non c’è gerarchia: “La compenetrazione dèi-uomini-natura implica non un ordine gerarchico univoco ma un intricato sistema d’interrelazioni in cui ogni livello può influire sugli altri, sia pur in diversa misura. Il mito, in Ovidio, è il campo di tensione in cui queste forze si scontrano e si bilanciano”. E, riprendendo dalla Introduzione di Piero Bernardini Mazzolla alla stessa edizione, sottolinea il modo di  designare gli oggetti (animati e inanimati) “come differenti combinazioni di un numero relativamente piccolo di elementi fondamentali, semplicissimi”, che è poi  la sola, certa, filosofia delle Metamorfosi : “quella della unità e parentela di tutto ciò che esiste al mondo, cose ed esseri viventi”. Calvino diventa più preciso : “Col racconto cosmogonico del libro I e la professione di fede di Pitagora dell’ultimo, Ovidio ha voluto dare una sistemazione teorica a questa filosofia naturale, forse in concorrenza col lontanissimo Lucrezio. Sul valore da dare a queste enunciazioni si è molto discusso, ma forse la cosa che conta per noi è la coerenza poetica nel modo che Ovidio ha di rappresentare e raccontare il suo mondo: questo brulicare e aggrovigliarsi di vicende spesso simili e sempre diverse, in cui si celebra la continuità e mobilità del tutto”.

L’accostamento agli déi…

Calvino coglie dai primi esametri l’intento di Ovidio di accostare la vita degli déi a quella degli uomini, al punto da renderli confinanti e quando il Sulmonese descrive la reggia celeste deve specificare che non è il Palatino, sebbene appaia proprio quello. Tuttavia “Avvicinamento non vuol dire riduzione o ironia: siamo in un universo in cui le forme riempiono fittamente lo spazio scambiandosi continuamente qualità e dimensioni, e il fluire del tempo è riempito da un proliferare di racconti e di cicli di racconti”. Calvino osserva: “La contiguità tra déi e esseri umani – imparentati agli déi e oggetto dei loro amori compulsivi – è uno dei temi dominanti delle Metamorfosi, ma non è che un caso particolare della contiguità tra tutte le figure o forme dell’esistente, antropomorfe o meno. Fauna, flora, regno minerale, firmamento inglobano nella loro comune sostanza ciò che usiamo considerare umano come insieme di qualità corporee e psicologiche e morali. La poesia delle Metamorfosi mette radice soprattutto su questi indistinti confini tra mondi diversi e già nel libro II trova un’occasione straordinaria nel mito di Fetonte che osa mettersi alla guida del carro del Sole. Il cielo vi appare come spazio assoluto, geometria astratta e insieme come teatro d’un’avventura umana resa con tale precisione di dettagli da non farci perdere il filo neppure per un secondo, portando il coinvolgimento emotivo fino allo spasimo“.

L’episodio della caduta di Fetonte dal carro del Sole nelle sale della Galleria Borghese

“Non è soltanto la precisione nei dati concreti più materiali, come il movimento del carro che sbanda e sobbalza per l’insolita leggerezza del carico. o nelle emozioni del giovani maldestro cocchiere, ma nella visualizzazione di modelli ideali, come la mappa celeste”

…e la compenetrazione déi-uomini-natura

La compenetrazione déi-uomini-natura implica non un ordine gerarchico univoco ma un intricato sistema d’interrelazioni in cui ogni livello può influire sugli altri, sia pur in diversa misura” e “la sfida agli déi implica un’intenzione irriverente o blasfema nel racconto: la tessitrice Aracne sfida Minerva nell’arte del telaio e raffigura in un arazzo i peccati degli déi libertini“.

E nulla viene narrato per caso o solo per aggiungere e sfoggiare la completezza del repertorio: “Nel grande campionario di miti che è l’intero poema, il mito di Pallade e Aracne può contenere a sua volta due campionari in scala ridotta orientati in direzioni ideologiche opposte: l’uno per infondere sacro timore, l’altro per incitare all’irriverenza e alla relatività morale. Chi ne inferisse che l’intero poema deva esser letto nel primo modo – dato che la sfida di Aracne è crudelmente punita – o nel secondo – dato che la resa poetica favorisce la colpevole e vittima – sbaglierebbe: le Metamorfosi vogliono rappresentare l’insieme del raccontabile tramandato dalla letteratura con tutta la forza d’immagini e di significati che esso convoglia, senza decidere – secondo l’ambiguità propriamente mitica – tra le chiavi di lettura possibili. Solo accogliendo nel poema tutti i racconti e le intenzioni di racconto che scorrono in ogni direzione, che s’affollano e spingono per incanalarsi nell’ordinata distesa dei suoi esametri, l’autore delle Metamorfosi sarà sicuro di non servire un disegno parziale ma la molteplicità vivente che non esclude nessun dio noto o ignoto“.