OVIDIO TENNE ACCESA LA FIACCOLA DI LUCREZIO NEI SECOLI

1893

IMPORTANTE RIFERIMENTO DI PAOLO MIELI AGLI AMORES DEL SULMONESE

5 SETTEMBRE 2012 –   “I versi del sublime Lucrezio sono destinati a perire solo allora quando in un sol giorno tutta la terra sarà distrutta”; questa avvincente predizione negli “Amores” di Publio Ovidio Nasone è ripresa da Paolo Mieli che presenta oggi una nuova collana di Rizzoli editore (“I Sestanti”) con il primo volume dedicato alla fascinosa ricostruzione filosofica e scientifica del “De rerum natura” di Lucrezio Caro. Non era la prima volta che Ovidio si spingeva a scommettere sul futuro, a fare paragoni estremi; ed una superficiale critica, per lungo tempo, forse per più di quindici secoli, avrebbe potuto considerarla una previsione sbagliata, perchè il “De rerum natura”, un poema di 7.400 versi, scomparve dalle biblioteche di tutto il mondo antico, per ricomparire nel 1417, a merito di Poggio Bracciolini, che ne ritrovò un testo.

 E il mondo riprese a pensare in termini di particelle elementari, infinite nel numero e in movimento nello spazio infinito. Da qui, secondo Mieli, che riprende il pensiero di Stephen Greenblatt (è l’autore del primo dei volumi della nuova collana, Il manoscritto) il mondo intero sarebbe cambiato e si sarebbe aperto il Rinascimento. A tenere vivo il ricordo di Lucrezio Caro, annota Mieli, è stato, oltre che ad Ovidio, Cicerone che aveva parlato del “De rerum natura” come dell’”opera poetica di Lucrezio”.

Sulle implicazioni del naturalismo e sulle trasformazioni della materia, che avrebbero costituito il tema fondante delle “Metamorfosi” del Sulmonese, si veda “Atomismo e continuo divenire nelle opere di un poeta e di una scienziata dell’antichità – Ipazia sulle orme di Ovidio” in questo sito).

In altro passo (nei “Tristia”) Ovidio non esita a citare un grande della letteratura, Terenzio, che aveva rivendicato la propria natura di uomo senza esclusione di alcun aspetto del proprio umano carattere. E lo fa per portare argomenti alla sua difesa presso Augusto. Il Sulmonese afferma che non in quanto cantore di cene abbondanti Terenzio poteva essere definito mangione, così come lui stesso non poteva essere tacciato di essere licenzioso per quelle sue opere che gli sarebbero peraltro valse la relegazione.

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