CHE LORD QUEL GLADSTONE, CHE GRANDE QUELLA BRETAGNA

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EUGENIO BENNATO RILEGGE E RISCRIVE LA STORIA DI FRANCESCO II E DEL SUD

6 DICEMBRE 2014 – A indignare Eugenio Bennato per i soprusi compiuti sul Regno delle Due Sicilie dall’Europa delle grandi potenze fu una menzogna di Lord Gladstone “che nel relazionare la situazione delle carceri napoletane passò a definire sinteticamente il Regno delle Due Sicilie come “negazione di Dio”. La frase ebbe effetto presso tutte le sedi diplomatiche europee, ma quella lettera era un’autentica montatura: nelle carceri napoletane non si stava peggio che in quelle londinesi descritte da Dickens o nelle prigioni parigine de I Miserabili di Hugo. Ma oltretutto quelle carceri Gladstone non le aveva mai visitate, come disinvoltamente ammise pochi anni dopo, a Italia fatta, durante un ricevimento offerto a Napoli in suo onore, quando gelò gelò con quell’improvvisa rivelazione il sorriso servile ed entusiasta dei patrioti napoletani che festosamente lo avevano accolto e lo circondavano”.

Un’autentica menzogna, dunque, cui era assegnato ben preciso il ruolo di fomentare tutto il continente per realizzare il progetto inglese di appropriarsi delle miniere di zolfo: “La Sicilia era custode di un bene prezioso, lo zolfo. Una materia che all’epoca aveva lo stesso valore e la stessa funzione energetica che nel secolo successivo apparterrà al petrolio. Agli inglesi  era stato tolto il privilegio di sfruttamento delle zolfare, offerte dal re Ferdinando II ai francesi a condizioni per Napoli molto più vantaggiose; adesso a loro non pareva vero di potersi vendicare di quello sgarro imperdonabile e destabilizzare il potere borbonico sull’isola favorendo l’irruzione delle camicie rosse”. Infatti “Lo sbarco dei Mille a Marsale avvenne sotto l’aperta protezione di due navi inglesi, che all’imboccatura del porto sorvegliarono che tutto andasse per il meglio e che l’operazione si concludesse senza incidenti e nessuna reazione da parte borbonica”.

Queste frasi sono racchiuse nel recente “Ninco Nanco deve morire – Viaggio nella storia e nella musica del Sud”, edito da Rubbettino nel 2013 con la firma dello stesso Eugenio Bennato e con la prefazione di Pino Aprile, che per il 150° dell’Unità d’Italia si è assunto l’onere di un controcanto incisivo e irriverente nei suoi “Mai più terroni” e “Giù al Sud”.

Fatto è, ci sembra, che a un Napoletano non si può fare una ingiustizia tanto palese: non si possono inventare storie e pensare che egli rimanga inerte. Magari dopo 150 anni, ma si solleva e riassume la dignità oltraggiata. “Tutto comincia da un atto di ingiustizia” diceva Eduardo de Filippo per raccontare quale fosse il movente delle sue commedie, per giustificare il fuoco sacro che dà anima alle insurrezioni personali dei suoi protagonisti. L’oltraggio a un regno tra i più estesi e forti d’Europa (e ricco, al contrario di quello piemontese) non ha causato una insurrezione personale, ma una insurrezione di popolo, che Bennato va ricostruendo con la bravura del suo metodo, tra tutte le (scarne) testimonianze della musica popolare sul tema. Con la pazienza e la costanza di un laureato in fisica che cerca e ricerca, che non si accontenta, il maestro Bennato ha anche esaminato le cronache dei fatti di brigantaggio e di contrasto al brigantaggio per ricordarci che, anche a distanza di 150 anni, c’è chi va ad indagare su come è stata uccisa una brigantessa a tradimento e come dalla relazione ufficiale  traspaiano contraddizioni da rendere quasi comica la ricostruzione, buona per la stampa del tempo e per gli storici organici.

E con tutte le fandonie dell’epoca di Matteo Renzi, si può pensare che questo tipo di esercizio critico sia fuori tempo? Con la stampa italiana al 70° posto nella classifica mondiale (fonte: Enciclopedia Treccani) si può fare a meno di percepire l’avvertimento di Bennato per il futuro prossimo e remoto?

Sull’intervento di Eugenio Bennato all’incontro “Le identità culturali e sociali del Regno del Sud”, organizzato da “Il Vaschione” per lunedì 8 dicembre a Introdacqua, v. “Bennato e Ferlaino con il vento di Napoli in Valle Peligna”.