“GIA’ LA VECCHIAIA MI SPRUZZA DI BIANCO”

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L’ANGOSCIA DI OVIDIO PER LA DECADENZA E IL DESTINO DEL SUO CORPO. DUEMILA ANNI ESATTI DALLE LETTERE DA TOMI

3 NOVEMBRE 2012 – Duemila anni fa, nel 12 d.c., Publio Ovidio Nasone scriveva le “Epistulae ex Ponto”: erano passati quattro anni dal lungo viaggio, durato sei mesi, fino a Tomi, a scontare la relegazione ordinata da Augusto e mai revocata, nonostante le suppliche del sulmonese.

E proprio ai versi 27-28 della ottava lettera la collocazione temporale viene fornita da Ovidio : “Da quando manco da voi, caduto sui lidi stigi, / già il quarto autunno porta sorgendo la Pleiade” Nei giorni di novembre del nostro calendario, quando i cimiteri si affollano di persone in cerca di un contatto con i defunti, forse di captare una presenza in mille rivoli di manifestazioni da interpretare perchè la lontananza dai morti non sembri irreversibile, può sembrare addirittura sorprendente leggere un Ovidio che è distante anni luce dai versi dell’”Arte di amare” e delle “Strategie” dell’amore. In questi duemila anni esatti, la civiltà occidentale continua a porsi le stesse domande sull’ Aldilà e Ovidio è ancora attuale, quando pensa al decadimento fisico, lo avverte come un disagio profondo; oppure quando pensa a chi coprirà le sue ossa, a quali zoccoli di cavallo le opprimerà mentre cercheranno di riposare in un mondo estremo, quello della Tomi ove Augusto l’ha spedito.

La moderna materialità della morte

Sono concetti di una materialità che sembra ripresa dal Novecento; sono il modo di esprimersi di chi non è neanche sicuro di una vita sensibile nell’Oltre (“seppure si senta qualcosa dopo la morte”). La quarta delle “Lettere dal Ponto” incomincia proprio con un guardarsi allo specchio che sembra ripreso dalle smanie edonistiche dei giorni nostri: “Già la vecchiaia mi spruzza di bianco, già qualche ruga senile mi solca il viso: già nel corpo infiacchito languono forza e vigore né più mi portano gioia i giochi di giovinezza”. E’ un grido di dolore profondo, inconsolabile, perchè è la constatazione della irreversibilità della pena inflitta dall’imperatore. E quello di Ovidio è un moderno accostare le malattie del corpo a quelle della mente. Nella terza lettera egli è perentorio: “La medicina non sa eliminare la gotta nodosa / né rimedio esiste al terribile edema. / Anche l’angoscia talora rifiuta le cure,/ se la lunga durata non la consuma”. Non è l’anticipazione di quello che la psicologia di duemila anni dopo individua nella necessità di “elaborare il lutto”? Il consumare l’angoscia è anch’essa espressione di materialità in un contesto che sembrerebbe solo spirituale quale quello del lutto profondo per la perdita di un modo di vita, di un ambiente, del grande successo dell’intellettuale e dell’uomo di mondo.

La speranza di “consumare l’angoscia”

Qualcuno ha voluto leggere in questo verso fondamentale anche un indirizzo di speranza e di auto-consolazione che, con le sue potenti risorse di uomo di cultura, Ovidio sa individuare e della quale sa cospargersi per non morire. Ingenerosi sono i tentativi di quanti intravvedono in questa prospettazione sconfortante il mezzo subdolo per lucrare una grazia, un perdono dell’imperatore. V’è forse, ma in altri passi dell’epistolario dalla Romania, la rappresentazione cruda delle proprie ferite. Ma in questi versi, che sono moderni perchè sono quelli della solitudine dell’individuo davanti all’eternità, ci sono gli interrogativi per il destino del proprio corpo, quegli stessi interrogativi che scuotono chi va nei cimiteri e che chi inneggia alla cremazione cerca di fuggire. Ovidio, che proprio per questo è vicino al destino e alla sofferenza dell’uomo materialista di duemila anni dopo, scrive: “(…) e, se morissi, ch’io finisca in suolo più quieto / e le mie ossa non prema scitica terra / e scomposte le ceneri, come un esule merita, /unghia non calchi di cavallo bistonio / e, se pure si senta qualcosa dopo la morte, / non turbi i miei Mani ombra sarmatica”.

Sofferenza grande quella di narrare le proprie attuali sventure per chi era abituato (e maestro) nel narrare le gioie sue e di Roma intera.

Il poeta nemico che disconosce i suoi versi

Una sofferenza, quella di Ovidio, che lo porta alla peggiore delle disperazioni di un poeta: non riconoscere i propri versi e quasi vergognarsene, come egli se ne vergogna nella quinta delle lettere: “Perfino quello che leggi, Massimo, credimi/ io lo scrivo a fatica, forzando la mano. / Non è un piacere costringere l’animo a un tale lavoro, / né la Musa viene tra i Geti spietati. / Ma, come vedi tu stesso, per me comporre è una lotta: / né riescono i versi più morbidi della mia sorte. / Rileggendoli, me ne vergogno: io stesso, l’autore, / molti ne giudico degni di correzione. / Ma non emendo. Sarebbe più faticoso che scrivere, / non ho mente per sostenere lo sforzo. / Dovrò dunque usare la lima più duramente, / e le parole una a una chiamare in giudizio?”.

Nel titolo: “Il trionfo di Ovidio” di Nicolas Poussin, olio su tela (1625 ca) – Roma, Galleria Palazzo Corsini

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