C’ERA UNA VOLTA UN PASTORE INNAMORATO DI UN CHICCO DI GRANO…

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9 GIUGNO 2012 – I tempi non sono più quelli dell’abbondanza, ma quelli della scelta puntigliosa: i cereali non sono più segno di ricchezza, ma debbono essere selezionati. Così, non ha senso produrre le quantità di grano di qualche decennio fa: in agricoltura trenta anni fa si pagava un quintale di grano tra le 48.000 e le 50.000 lire e oggi si pagano più o meno 14 euro.

Cerere fa le valigie

Cerere, dea delle messi, non ha più posto in queste terre e sembra voglia fare le valigie per altri posti più felici, se non addirittura per le lande dove si punta dritti alla modificazione genetica dei raccolti.

Ma dal convegno, dedicato oggi a Pettorano sul Gizio alla divinità dei Romani, emergono anche segnali diversi dalla resa incondizionata: c’è stato un agricoltore, per esempio, che a Forca Caruso, tra la Valle Peligna e la Marsica, ha atteso tanto tempo, ha impegnato tutte le sue risorse per provare un cereale del tutto nuovo, bello, dorato, dai grandi chicchi. Quella sua avventura, raccontata dall’agronomo Donato Silveri, sembra una favola dei giorni nostri o la trasposizione di un racconto di Ovidio, come quello di Cerere che non trovava pace alla ricerca di Proserpina. Arriva da lontano un personaggio di quelli che non hanno niente da spartire con l’Abruzzo, se non il confino al quale dalla Sicilia era stato destinato:  un uomo che porta con sé i semi di una specie di grano che sta solo nei disegni o nelle foto ritoccate.

Bucolica cooperazione

Lo lavora solitario, lo mostra a qualche contadino-pastore del posto, in una specie di ambiente bucolico privo di gelosie e concorrenze: a quel prodotto della terra non si può dire di no, perchè è del tutto diverso e il pane che se ne ricava è più buono. Il pastore lo porta sui suoi campi, a mille metri di altitudine, dove non ci sono tanti parassiti, ma dove il vento e il gelo seccano anche le spighe più testarde. Del resto viene dalla Sicilia quel cereale e non si possono pretendere miracoli dal cambiamento di clima. Ma chi la dura la vince: il contadino-pastore diventa vecchio nelle sue sperimentazioni e nella speranza che il nuovo cereale, ruscia, si ambienti. Ci vuole molta fiducia, forse bisogna essere anche un po’ visionari, ma dopo settanta anni quei chicchi biondi e grandi inondano Forca Caruso. Ed è la via d’uscita per respingere la invasione del grano dell’Ucraina o gli organismi geneticamente modificati.

Buona notizia per Cerere;  e migliore per i tanti agricoltori che stavano per decidere di abbandonare una coltivazione diventata avara, che costava più di quanto ripagasse. Come tutte le cose che incominciano con “c’era una volta un pastore…”, pure questa storia di Forca Caruso (ma potrebbe essere così per tanti altri posti dimenticati) finisce con un “vissero felici e contenti”.

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