DEL DUECENTO E’ RIMASTO A SULMONA SOLO L’ACQUEDOTTO DI MANFREDI
Due papi hanno celebrato messa a Sulmona: Celestino V nel XIII secolo e Benedetto XVI nel 2010. Quali sono stati i monumenti che hanno visto entrambi?
Forse uno solo: l’acquedotto che fu donato ai sulmonesi da Re Manfredi, degli Hohenstaufen.
Figlio (legittimato) di Federico II, valorizzò quasi quanto il padre il centro dei peligni, che proprio per scelta dello “stupor mundi” era diventato giustizierato d’Abruzzo, cioè sede dell’equivalente di una Corte d’Appello attuale. Tre anni prima aveva bruciato L’Aquila, distruggendola in radice.
Manfredi aveva 34 anni quando morì combattendo nella battaglia di Benevento contro l’angioino Carlo II, che aveva trionfato entrando a Roma con i soldi dei banchieri toscani (PICCOLA TRECCANI, vol. VII, pag. 119, dove si legge il suo profilo: “Bello, cavalleresco, amante della musica, poeta, il suo sogno ambizioso, che parve per un momento comprendere la corona imperiale, fini travolto dalle forze che egli troppo a lungo si era illuso di poter irretire con il suo gioco complesso di compromessi e di precarie alleanze. Protettore, come il padre, di scienziati e poeti, fece tradurre dall’arabo e dal greco trattati filosofici (…)”).
Fu sepolto presso un ponte. Fu un vescovo di Cosenza, Bartolomeo Pignatelli, compromesso con i d’Angiò, a farlo disseppellire secondo l’uso di perseguitare gli scomunicati.
Così ne parla Dante nel III Canto del Purgatorio :
“Biondo era e bello e di gentil aspetto,
Ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.
Quand’io mi fui umilmente disdetto
D’averlo visto mai, el disse: “Or vedi”
E mostrommi una piaga a sommo il petto.
Poi sorridendo disse : “Io son Manfredi,
Nepote di Costanza imperadrice;
Ond’i’ ti priego che, quando tu riedi,
Vadi a mia bella figlia, genitrice
Dell’onor di Cicilia e d’Aragona,
E dichi il vero a lei, s’altro si dice.
Poscia ch’io ebbi rotta la persona
Di due punte mortali, io mi rendei,
Piangendo, a quei che volentier perdona.
Orribil furon li peccati miei;
Ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
Che prende ciò che si rivolge a lei,
Se’l pastor di Cosenza, che alla caccia
Di me fu messo per Clemente allora
Avesse in Dio ben letta questa faccia,
L’ossa del corpo mio sarieno ancora
In co del ponte, presso a Benevento,
Sotto la guardia della grave mora.
Or le bagna la pioggia e muove il vento
Di fuor dal regno, quasi lungo il Verde,
Dov’e’ le trasmutò a lume spento”.
Due anni dopo, il 26 agosto 1268, la sconfitta degli svevi a Tagliacozzo: Corradino, imperatore di 16 anni e figlio di Corrado IV, fratello consanguineo di Manfredi, aveva quasi vinto, ma le sorti dello scontro si capovolsero, perché proprio gli svevi, credendo di aver ucciso Carlo anziché un suo sosia che vestiva anche le insegne di comandante supremo per indurre in errore gli avversari (secondo un metodo appreso in terra araba), si dettero al saccheggio e non pensarono all’ultimo, decisivo attacco. Portato in catene a Napoli, il fanciullo Corradino di Svevia fu decapitato qualche mese dopo. Così celebrò il suo Sessantotto.







