“STRILLI, PIANTI DI BAMBINI, MORTI DAPPERTUTTO”: LA CAPORETTO RACCONTATA DA OLINDO SUSI

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Olindo Susi

LETTERA DI UN SOLDATO DI INTRODACQUA SOTTO LE BOMBE A UDINE CENT’ANNI FA

22 NOVEMBRE 2017 – Dal prof. Carlo De Matteis riceviamo e pubblichiamo:

Ricorre quest’anno, tra la fine di ottobre e gli inizi di novembre, il centenario della rotta di Caporetto, la più grande disfatta militare della storia italiana, come è stato detto, costata circa 11.000 morti, 300.000 prigionieri, oltre a 300.000 sbandati e alla perdita di un ingente quantità di materiale bellico, animali, viveri. Su di essa esiste ormai una vastissima letteratura, documentaria e storiografica, che ha fatto luce su quasi tutti gli aspetti di questo disastroso evento, concordemente addebitato, per la gran parte, all’inefficienza e agli errori dei comandi militari, primo di tutti il suo comandante in capo, il generale Luigi Cadorna, colpevole di scelte fatali all’esercito italiano dopo l’attacco austro-ungarico.

Al cedimento definitivo della difesa italiana sulle linee dell’Isonzo e del Tagliamento, a seguito dell’offensiva austro-ungarica iniziata il 24 ottobre, le truppe nemiche dilagarono nel territorio del Friuli, indifeso dall’esercito italiano in rotta disordinata, senza guida e senza riferimenti per l’imprevidenza dei vertici militari. Sotto una pioggia battente che durò diversi giorni i soldati italiani che non erano stati fatti prigionieri si dispersero, o disertando o convergendo dopo marce forzate, senza cibo e senza rifugio, sulle città maggiori, tra cui Udine e Padova, dove si erano stabiliti i centri di comando, mentre le popolazioni fuggivano terrorizzate e disordinatamente dalle loro terre, intasando le vie di comunicazione e i centri urbani.

Questi eventi, riscontrabili in tutte le numerose ricostruzioni storiche della battaglia di Caporetto, sono sinteticamente riconoscibili nella testimonianza che un soldato di Introdacqua affida ad una lettera al padre subito dopo l’attacco austriaco. L’autore dell’inedito documento, che qui si pubblica, è Olindo Susi, nato ad Introdacqua il 10 novembre1894, secondo di sette figli (tra cui una femmina, che sposò Mario Pelino, il fondatore della omonima fabbrica di confetti), da Serafino e Giulia Paparelli. Chiamato al fronte nel maggio 1915, assieme al fratello primogenito Arcangelo, fu assegnato al 3° reggimento genio telegrafisti e restò in servizio fino alla fine della guerra nel 1918, quando fu congedato con il grado di sergente e decorato con croce al merito di guerra. All’inizio degli anni Venti emigrò negli Stati Uniti dove restò, salvo brevi ritorni in patria, fino al 1970, quando tornò ad Introdacqua, dove morì improvvisamente nel giugno di quello stesso anno.

In questa lettera è documentato “a caldo” lo stato di confusione che seguì la rotta, la fuga disordinata dei soldati, la marcia di tre giorni a tappe forzate verso Udine, sotto la pioggia con appena il pane per sopravvivere, le scene di panico e di morte dei civili travolti nel caos (come è attestato anche da altre analoghe testimonianze di soldati), infine l’approdo a Padova presso il comando supremo. Una pagina di drammatico valore documentario che meritava di vedere la luce, anche a ricordo dei tanti figli della terra peligna, come Olindo Susi, che combatterono, soffrirono e morirono in quella terribile guerra che segnò la storia dell’intera Europa.”

 

E questa è la lettera di Olindo Susi al padre:

Pregiatissimo Signore

Sig. Serafino Susi

SULMONA per

(Aquila) INTRODACQUA

1-11-17

 

Carissimo papà,

rispondo alla vostra lettera con un po’ di ritardo ma credo che ve ne siete già resa la ragione. Non so se siete al corrente di tutto ciò che succede, certo è un disastro per noi, speriamo che le sorti nostre si rialzino in poco tempo ma è un poco […] difficile. L’offensiva austriaca si è scaraventata con violenza ed in poco abbiamo dovuto sgombrare tutto. Non vi nascondo di essere stato salvo per una combinazione, perché io ed un mio compagno siamo dovuti rimanere in servizio al centralino fino all’ultimo momento, dare comunicazioni fino a quando il nemico non era vicinissimo. Son rimontato di servizio al mattino di sabato 27 e sono smontato il 28 alle 9 ¾

Udine si è resa silenziosa e deserta con tre giorni appena. È stata una catastrofe, un disastro. Nella notte del 28 Udine riceveva le prime granate di grosso calibro di un effetto spaventevole, dato il tempo piovoso e chiuso. Della popolazione ne rimase pochissima, tutti fuggivano, specie i militari, ma io ed il mio compagno non ci potevamo muovere, guai!!!

Il fuoco seguitava incessante, le truppe fuggivano, altre arrivavano, era un subbuglio, una confusione terribile. Nella mattina del 28 le granate cadevano ancora, la stazione ferroviaria bruciava, il resto della popolazione gridava, piangeva ed il tempo pioveva dirottamente. Camion, truppa, carreggio, automobili, cannoni, artiglieria ingombravano la strada e le piazze di sbocco di Udine. Noi seguitavamo a dare le comunicazioni fino a quando alle 9 ¾ incominciammo a sentire le mitragliatrici, la fucileria ed allora bruciammo i centralini, sfasciammo e distruggemmo ogni cosa e poi via, fuggimmo appena in tempo, nudi e crudi con una pioggia dirotta con una sola pagnotta in due persone. La via tutta fangosa e talmente ingombra che non si poteva fare un passo. Pianti, strilli, bambini calpestati, cadaveri di qua e di là, un disastro, cose orribili!!! Ho fatto il primo giorno 35 chilometri a piedi con sola mezza pagnotta, ne ho dovuto fare 15 con semplice pagnotta, tutto bagnato zuppo fino ai capelli. Tre giorni di cammino. Tre giorni d’acqua, senza potersi riasciugare, senza poter trovare una stalla per riposare. Io, all’infuori di ciò che ho addosso, non ho più niente, sono in uno stato abbastanza deplorevole. Presentemente mi trovo a Padova, ma l’indirizzo è uguale a quello di prima.

In conseguenza a ciò sono state sospese tutte le licenze per qualsiasi motivo, anche quelli di convalescenza e perciò per ora non se ne parla affatto. Cercate di non sforzarvi tanto neanche voi, limitatevi sulle vostre forze e non vi strapazzate.

Anche qui a Padova presto servizio al centralino del comando supremo e c’è un lavoro enorme, oltre quello di caserma.

Vi raccomando di spedirmi un po’ di denari, considerate il bisogno che io ne possa avere.

Saluti e baci a tutti di casa, a voi abbracci affettuosi, vostro affezionatissimo figlio

Olindo

Per il mio contegno avuto durante questa [] e per il servizio fino all’ultimo ed ottimo sono stato proposto per l’encomio solenne.”

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