“PROGRESSISTA” FORSE PER OVIDIO E’ UN PO’ TROPPO

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Il monumento del Ferrari in Piazza XX Settembre

28 GENNAIO 2018 – Con un argomentato percorso culturale e politico, Maria Concetta Nicolai, nell’ultimo numero del mensile “D’Abruzzo” scrive del rapporto di Publio Ovidio Nasone con la società romana e interpreta le espressioni, tipiche del letterato alla moda, che il Sulmonese usa nei suoi componimenti amorosi o, come si è anche detto, di intrattenimento. Osserva in modo perspicuo che Ovidio non si colloca tra gli intellettuali graditi a Mecenate, come Tibullo, Catullo, Orazio, Properzio, ma è fedele, fedelissimo a Messalla Corvino, dove “si riunivano i progressisti indipendenti (all’apparenza) dalla politica, forse anche un poco trasgressivi rispetto alla pietas di Ottaviano Augusto: i moderni insomma. E tra questi Ovidio era certamente il più moderno e il più ammirato”.

Ora del termine “progressista” va fatto un uso moderato e forse parlarne per l’alba del I secolo, quello dell’impero nascente, è certamente foriero di equivoci. In genere al termine progressista non si può dare il significato che siamo abituati a darne, a meno che non si voglia equipararlo così semplicemente al contenuto del termine “eversivo”.

Progressista secondo i nostri canoni non poteva considerarsi certamente Augusto che detta le regole del suo impero; ma perchè escludere per lui questa definizione se realizza riforme così radicali e durature da garantire decenni di pace, sia pure di “pace romana”, che è obiettivo del progressista dei giorni nostri; così come sicuramente l’assolutista Traiano non poteva neanche avvicinarsi alla immagine di progressista (e tanto meno di moderno), pur avendo realizzato riforme sociali di un rilievo che forse nella storia non si è mai più ripetuto, attraverso la ripartizione e ridistribuzione delle stesse risorse alimentari, basilari nella amministrazione dell’impero nella fase di massima espansione.

E’ limitante, inoltre, parlare di Ovidio come di un trasgressivo, perché è ormai evidente, grazie anche agli approfondimenti che sul tema hanno condotto il prof. Luciano Canfora ed altri docenti dell’Università di Bari con numerose pubblicazioni degli ultimi quindi anni (v. nella sezione OVIDIO  di questo sito), egli ha fatto parte della corrente filo-antoniana nelle strategie di successione ad Augusto (quindi filo-germanica) e proprio l’aver visto qualcosa che lo ha catalogato tra i “congiurati” è stato all’origine della sua relegazione; qualcosa di molto più di una trasgressione, sotto il profilo politico, deve averlo perso definitivamente ed escluso dal giglio magico del potere; qualcosa di duraturo e di preoccupante per la stessa moglie di Augusto, quella Livia che in sostanza avrebbe imposto il figlio Tiberio quale successore dell’”uomo della pace romana”; qualcosa che, per questo, è durata più della vita stessa di Augusto.

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