
Medea ed Esone
RIFLESSIONI MILLENARIE SUL DESTINO DEL POETA SULMONESE
2 APRILE 2018 – Cosa abbia scritto Ovidio nella sua tragedia “Medea” lo sapremo quando da qualche biblioteca privata, per esempio quelle ancora ricoperte a Pompei, usciranno nuovi volumi. Dell’unica opera non più ritrovata si hanno tracce quasi inconsistenti; ne parla Quintiliano. E non ne parla Ovidio dalla sua relegazione; forse proprio perché è il “carmen” che lo ha fatto condannare da Augusto. Eppure da Tomi Ovidio parla di Medea; e in modo molto chiaro, incominciando dal riferire perché quella città all’estremo confine dell’Impero si chiami così: dal greco temnein, cioè tagliare, perché proprio lì Medea trafisse il fratello Absirto nella sua fuga dalla Colchide, dove aveva tradito il padre consentendo a Giasone di rubare il vello d’oro e agli Argonauti di compiere un’impresa ritenuta impossibile. E’ inseguita dal padre Eete e, nella risolutezza che ne ha fatto una donna senza limiti e senza esitazioni quando si tratta di ottenere un risultato, non indugia a… tagliare il piccolo Absirto, animato dalla “ignara fiducia”, come annota Mariella Bonvicini nel commento ai “Tristia” per Garzanti, I ed., 1991, pag. 334 riprendendo il verso “protinus ignari nec quicquam tale timentis”.
E Tomi era una di quelle città greche alle quali allude Ovidio nel terzo libro dei “Tristia”: “Ci sono dunque anche qui – chi lo crederebbe ? – città greche fra nomi di una incolta barbarie”. E qui , quando vede avanzare le vele delle navi che la inseguono, “la Colchidiana, conscia dei suoi delitti, si batte il petto con la mano che aveva e avrebbe osato tante nefandezze; e sebbene la sua mente conservasse un’immensa audacia, il pallore invase il volto della donna rimasta sorpresa”. “Sono presa, disse, e con un qualche inganno devo fermare mio padre”. Mentre cercava cosa fare, mentre girava tutt’attorno lo sguardo, volgendo gli occhi, per caso li posò sul fratello. E come se lo vide dinanzi: “Ho vinto, disse, con la sua morte sarà causa della mia salvezza”. Subito all’ignaro e che nulla teme di simile trapassa con la dura spada il fianco innocente e così lo dilania e semina attraverso i campi le membra dilaniate perché le si ritrovino in mille luoghi – e perché il padre sappia, espone su un alto scoglio le pallide mani e la testa sanguinante – cosicchè sia attardato il padre dal lutto mostruoso e, mentre raccoglie le membra inanimate, arresti il triste cammino. Così questo luogo fu chiamato Tomi, perché una sorella fece a pezzi, si dice, le membra del proprio fratello”.
Dunque Ovidio dalla relegazione non dice al suo libro scritto a Tomi, Tristia, di tornare a Roma per incontrare il libro di Medea. Eppure gli dice, fin dall’incipit delle “Tristezze”, di recare visita ai suoi “fratelli, che tutti produsse vegliando il medesimo fervore”. E si riferisce ai tre libri dell’Ars amatoria (“quelli che, come nessuno ignora, insegnano ad amare”). Poi raccomanda ai “Tristia”, di incontrare i quindici libri delle “Metamorfosi”. Ma nessun cenno fa all’unica sua tragedia: la “Medea”, appunto, mentre il personaggio che l’ha ispirata è presente nelle evocazioni contenute nelle “Tristezze”, con contorni così ben delineati da far escludere che il Sulmonese non ne sentisse la presenza imperiosa nei luoghi dove la stessa maga avrebbe finito i suoi giorni e dove addirittura una città recava il nome di una delle più crudeli sue imprese.
Questo riferimento a Medea e questo silenzio sulla tragedia che fu l’unica opera di Ovidio rimasta introvabile possono avvalorare l’ipotesi che l’allusione alla morte dei figli della figlia di Augusto, Giulia, cioè Gaio e Lucio, entrambi adottati dall’imperatore e ad uno dei quali sarebbe andato l’Impero, potesse aver indispettito (e di più) Livia, terza moglie di Augusto e artefice della successione al trono da parte di Tito, figlio suo, ma non di Augusto, laddove, come si sa, Ovidio apparteneva alla corrente filo-antoniana che avrebbe visto con favore l’ascesa di Germanico. Medea, non si dimentichi, è la stessa che alla corte del re di Atene sta per riuscire nell’avvelenamento del figlio del re; e fugge a Tomi perchè, ancora una volta, è scoperta nei suoi disegni delittuosi.
Occorre aver pazienza per scoprire quanto la “Medea” di Ovidio sia stata la causa della sua relegazione. E intanto, visto che i suoi contenuti non hanno impedito al Sulmonese di affidare ai posteri i suoi versi perché “benevoli lettori” li possano apprezzare nei millenni successivi, leggere quello che non è andato perduto; che non è poco.






