LEOPOLDO DORRUCCI E UN BUSTO DIMENTICATO

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Leopoldo Dorrucci

INTERVENTO DEL DOTT. MATTIOCCO PER UN GIUSTO RICONOSCIMENTO

18 GIUGNO 2018 – Dal dott. Ezio Mattiocco riceviamo e volentieri pubblichiamo questo ricordo di Leopoldo Dorrucci:

A quanti seguono da vicino i “fasti” e i “nefasti” della storia cittadina non saranno sfuggite le imperdonabili omissioni in cui sono incorse le passate amministrazioni comunali. È noto che fondatore, animatore e direttore delle scuole pubbliche della città, nonché del famoso Collegio Ovidio, che in un recente passato forgiò schiere di giovani abruzzesi, fu il sacerdote Leopoldo Dorrucci, protagonista del Risorgimento e letterato, grande amico di Panfilo Serafini, notabile non solo per meriti patriottici, ma anche per aver tradotto in versi italiani le opere del Vate sulmonese. Orbene, quando si trattò di dare un nome alle scuole della città, nessuno pensò a lui. Ci si ricordò giustamente del sommo Ovidio, di Antonio De Nino, che della cultura è stato senza dubbio un altro benemerito, quindi di Gentile Mazzara, che dell’istituto a lui dedicato fu il finanziatore, dopo di che beneficiari della riconoscenza dei Sulmonesi furono altri personaggi, certamente rispettabili, ma che nulla hanno fatto per la città per essere più degni di Dorrucci.

Nemmeno durante questo bimillenario ovidiano il suo nome è mai affiorato in qualche modo, eppure le sue traduzioni ovidiane a tutt’oggi – e non sono io ad affermarlo ma detto e ribadito da critici illustri – non temono confronti.

Tanta ingiustificata trascuratezza mi ha convinto pertanto a riservare a questa nobile figura una delle monografie che da tempo vado dedicando agli studiosi locali del passato più o meno recente. Il volume vedrà la luce tra breve, ma intanto ho voluto ricordare alle autorità competenti che in un angolo di casa Capograssi giace in abbandono un busto in gesso raffigurante il sacerdote sulmonese, proveniente a quanto sembra da quella che fu la dimora di famiglia presso Porta Pacentrana. La scultura è firmata da un non meglio conosciuto «E. Serafini», un cognome che evoca infinite reminiscenze di una fraterna amicizia che legò don Leopoldo con Panfilo Serafini. Pura coincidenza? Non sappiamo dire. Anzi, cogliamo l’occasione per invitare chi avesse notizie o suggerimenti utili a individuare questo misterioso artista – che certamente non sembra essere Emidio Serafini, padre di Panfilo – a contattarci.

L’opera di per sé forse non è eccelsa, ma di certo non del tutto trascurabile, per cui non sarebbe male collocarla nella Pinacoteca Comunale e magari fare anche un pensierino a una sua fusione in bronzo. Un segno di gratitudine sicuramente meritato da Colui che, volgarizzando i versi immortali del grande Poeta della latinità, ha certamente contribuito, e non poco, a farne conoscere e gustare la poesia ai tanti – che oggi sono la stragrande maggioranza – non più in grado di godere delle melodiose cadenze della metrica latina”.

 

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