UN INFERVORATO GOETHE DISCUTE DEL SUO “BENIAMINO” E NON TOLLERA CRITICHE: L’ULTIMO “MILLENNI” DI EINAUDI
30 GIUGNO 2018 – Profuma ancora dell’inchiostro che ha scritto le 754 pagine quest’ultimo volume dei “Millenni” di Einaudi, dedicato tutto a Johann Wolfgang Goethe e alla sua tarda autobiografia “Dalla mia vita – Poesia e verità” (nelle foto le immagini di copertina: Schumann “Johann Wolfgang Goethe guarda una silhoutte”, e Shaeffer “Silhoutte di Goethe”).
E’ uscito dagli stabilimenti di Cles venti giorni fa ed è un fuoco d’artificio di un nordico autore che amava l’Italia e le espressioni di vitalità latina. Di più: è il diario di un milite fervente che sosteneva, combattendo, il “suo” autore Publio Ovidio Nasone, anche dinanzi alle “denigrazioni” (così le chiama) di amici cari e affezionati. Proprio il Goethe che chiude il suo “Viaggio in Italia” con le parole di Ovidio nei “Tristia” lasciando Roma, scrive in questa lunga riflessione sulla sua vita del dolore ricevuto da Herder, peraltro amico sicuro, al punto da chiudersi con lui: “Era del tutto naturale che con lui diventassi via via più parco nel comunicargli cosa aveva sino ad allora contribuito alla mia formazione e soprattutto ciò che in quella fase ancora mi teneva seriamente occupato. Mi aveva rovinato il piacere provato in passato per molte cose criticandomi severamente, soprattutto per la gioia che mi davano le Metamorfosi di Ovidio. Avevo un bel difendere il mio beniamino, ribadire che per la fantasia di un giovane nulla poteva essere più gradevole del sostare in quelle contrade allegre e meravigliose insieme a dèi e semidei, testimone del loro agire e delle loro passioni; avevo un bell’esporre dettagliatamente il summenzionato giudizio di un uomo serio, rafforzandolo con la mia esperienza personale: nulla aveva sostanza, quelle poesie erano prive di qualsiasi contenuto di verità immediata; non presentavano né la Grecia né l’Italia, né il mondo primitivo né quello civilizzato, non erano che imitazione di cose già viste, la rappresentazione manierata che ci si poteva attendere da una persona troppo raffinata. E quando da ultimo provavo a obiettare che in fondo era natura anche il prodotto di un individuo eccelso e che, fra tutti i popoli, quelli antichi e quelli più recenti, era stato poeta sempre solo il poeta, venivo subito smentito, subivo obiezioni su obiezioni, con il risultato che mi passò quasi il piacere di leggere il mio Ovidio: nessuna simpatia, nessuna abitudine è abbastanza forte da resistere alle denigrazioni di una persona eccellente nella quale riponiamo fiducia. Qualcosa resta comunque attaccato, e quando non possiamo amare incondizionatamente, l’amore già è messo male.”
Goethe, un po’ amareggiato da questo iper-criticismo, finisce per sposare la strategia di effetto più immediato: quella di non mettere più a parte l’amico dei suoi entusiasmi. Pur sminuito nell’amore per il suo “beniamino”, poeta più di ogni poeta, decide di non parlargliene più, per conservare il suo entusiasmo per Ovidio. E pratica la stessa terapia protettiva per i mille altri interessi culturali che la sua mente vulcanica coltiva incessantemente: “Ponevo particolare cura a tenere nascosto l’interesse per taluni soggetti che, dopo aver messo radici in me, un po’ alla volta intendevano trasformarsi in personaggi poetici”. E in altra parte di questo sua “Dalla mia vita”, il letterato tedesco, nato a Francoforte, ma maturato a Weimar ove raggiunse dignità sociale considerevole (fino ad incontrare Napoleone, Beethoven) spiega meglio perché i giovani debbono studiare (ma anche solo leggere) Ovidio: “Il nostro benevolo creatore ci ha dato una grande varietà di forze spirituali che non dobbiamo mancare di nutrire, sin dai primi anni, con la necessaria cultura, e che non possiamo affinare con la logica, con la metafisica e nemmeno con il latino e il greco: possediamo una forza di immaginazione alla quale, se non vogliamo che assimili per proprio conto le prime rappresentazioni che si presentano, dobbiamo mostrare le immagini più consone e più belle, abituando ed esercitando così la mente a riconoscere e ad amare la bellezza ovunque e nella natura stessa, nei suoi tratti determinati, autentici e anche più delicati. Abbiamo bisogno di un’infinità di concetti e nozioni generali tanto in ambito scientifico quanto nella vita di ogni giorno che nessun compendio ci può trasmettere. I nostri sentimenti, le nostre inclinazioni, le nostre passioni devono essere proficuamente sviluppati e purificati”. E questo scrive proprio a proposito dei motivi per i quali debbono affidarsi alle mani dei giovani poeti come Ovidio. Proprio esattamente il contrario di quello che accade nei programmi dei licei classici in Italia; e come accadeva allo stesso Liceo classico di Sulmona dal quale si usciva senza aver letto un rigo di Ovidio, poeta che abitua alla bellezza, la rende, come dice Goethe, componente normale della vita di ogni giorno, la tiene a portata di mano e sa trasmettere consapevolezza dei valori che qualificano l’uomo, con il premio o il castigo della trasformazione sempre immanente nel destino di chi è soggetto agli dei. Goethe si esercitò molto nel mondo dei personaggi e delle avventure e disavventure delle Metamorfosi, al punto da assorbire, prima ancora di conoscerli nel suo “Viaggio”, gli scenari della classicità; e al punto da arruolarsi all’armata dei difensori di Ovidio, contro gli stessi amici fidati. Al punto da preferire non condividere più la gioia di leggere le descrizioni dei luoghi e dei personaggi, siano stati dei, o fiumi che insidiano ninfe, o alberi che avvolgono innocenti giovani o, ancora, inconsapevoli testimoni di scene che non si doveva vedere, come Atteone vide Diana nuda e come, forse, Ovidio vide e restò portatore di una “culpa silenda”, un addebito del quale, come si era impegnato a fare, non parlò per tutta la vita a costo di rimanere relegato nel Ponto.
Questo, più che la metrica, appassionò il tedesco Goethe e questa ammirazione traspare nel libro della sua vita, insieme al profumo di inchiostro fresco che si sprigiona dal cofanetto dell’ultimo frammento dei “Millenni” quasi uguale a quello che 39 anni fa conteneva la traduzione delle Metamorfosi con la impareggiata introduzione di Italo Calvino.






