E VENNE LA VOLTA CHE GEROSOLIMO AVEVA RAGIONE

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SCONCERTANTI ATTEGGIAMENTI DEL CONSIGLIERE COMUNALE FIGLIO DI FRANCO PINGUE: VUOLE RAPPRESENTARE IL NUOVO

27 AGOSTO 2018 – Come tutte le alleanze tra egoisti, la maggioranza al Comune finisce in rissa e Andrea Gerosolimo, ridotto a sperare su una candidatura (forse) in Forza Italia (quando è stato assessore regionale e ha perso l’occasione di pensare un po’ alla città, oltre che a se stesso), afferma che da tre mesi non parla con la sindaca. Faranno finta di non conoscersi in tutto il prossimo autunno, in modo da ripresentarsi nuovi di zecca per rappresentare il nuovo, come già hanno fatto due anni fa per far credere agli allocchi che Gerosolimo non è stato una creatura di Franco La Civita, gaspariano di ferro e poi implorante alla porta del Pd (“quando è stato assessore regionale e ha perso l’occasione di pensare un po’ alla città, oltre che a se stesso”; stessa frase usabile per il mentore come per l’allievo; è brutto quando la carriera politica si ferma all’assessorato regionale, c’è il rischio di apparire un Mazzocca qualsiasi).

Peraltro, siccome non perdiamo la lucidità, dobbiamo dire che questa volta Gerosolimo coglie nel segno e rinfaccia a Fabio Pingue di essere politico dipendente dal padre. Per un figlio maturo assomigliare al padre può essere un punto di arrivo sereno; può voler dire che si sono evolute le pulsioni adolescenziali che vogliono che il padre sia assassinato. Ma per un politico alle prime armi (nonostante l’età anagrafica un po’ avanzata), dire che sta sulle orme del padre significa quanto meno impedirgli di sognare di assassinare il padre (politicamente, s’intende…). E con un impedimento di questo, quando mai potrà aspirare a crescere? a fare quello che Gerosolimo ha fatto con La Civita (sfiduciato in Comune e fatto cadere, poi presi i suoi voti per andare alla Regione e infine salutato con il gesto dell’ombrello mentre il mentore organizzava una associazione di liberi pensatori per sbarrargli la strada dell’assessorato)?

Bello zaino pesante quello che Gerosolimo ha caricato sulle spalle di Pingue a qualche mese dalle elezioni regionali nelle quali il tapino dovrebbe correre per diventare consigliere. Dirgli che è come il padre significa rispolverare Franco Pingue degli anni… migliori: quando, per esempio, nel 1975, immerso nel mondo socialista, presentava querele a comando di Domenico Susi, come quella che ci indirizzò perché avevamo scritto sul “Tempo” che nei circoli ASASE (di quello di Sulmona lui era rappresentante) amministravano milioni come se fossero bruscolini. L’anno dopo telefonò in redazione Domenico Susi, offrendo condizioni per rimettere la querela (lui offriva, non Pingue, che aveva eseguito e continuava ad eseguire…), ricevendo un garbato, ma netto rifiuto, perché preferivamo affrontare il tribunale penale per un processo per direttissima (durato quattro anni senza neanche sentire un testimone) piuttosto che scendere a patti con i socialisti.

Non desistemmo dal rifiuto neppure quando comparimmo davanti alla seconda sezione penale del tribunale di Roma, che invero ci sembrò, così, dall’aria che tirava, un po’ severa e poi sapemmo, frequentandola per qualche mese da ufficiale della Guardia di Finanza per le operazioni di arresto di spacciatori e contrabbandieri e ladri che ci valsero due encomi solenni, che era stata ribattezzata “plotone di esecuzione”. Ma nel 1979, mercè il timore del direttore del giornale, Gianni Letta, per le tante querele che riceveva (noi gliene procurammo quella sola in 16 anni) “Il Tempo” sprecò soldi dando 800.000 lire per la remissione della querela; soldi che non finirono, né a Pingue, né a Susi, ma si fermarono… all’avvocato di Pingue.

Insomma, dire che Fabio Pingue politicamente è come il padre non è una bella presentazione, a qualche mese dalle elezioni regionali. A uno al quale dicono che amministra i soldi come fossero bruscolini; che per questo propone querela e poi la rimette senza ricevere neanche le scuse e arriva solo a pagare l’avvocato, dopo quaranta anni si può dire anche dell’altro. Per esempio, che non ha imparato la lezione: tanto che due anni fa, quando abbiamo combattuto una battaglia di principio (esattamente quelle che secondo Trilussa non combattevano mai i socialisti, concludendo sempre i contrasti con una cenetta) per evitare che una corona d’aglio simboleggiasse l’immagine di Ovidio nel Bimillenario, prese cappello e scrisse che il Comune si doveva costituire contro di noi (forse per sostenere l’estetica dell’aglio, già sostenuta dal nipote tramite “Fabbricacultura”). E perse pure quel capriccio, perché il Comune non si costituì e, per quanto il tribunale abbia affermato che non un semplice cittadino (titolare nel suo piccolo del diritto di difesa dei beni comuni), ma solo il sindaco come proprietario della statua può evitare quello scempio (tanto che il prof. Rescigno, al quale raccontammo in breve la storiella dopo la rappresentazione di “Tempeste” nel Bimillenario pagato dal Vaschione e non dai circoli culturali, ancora si interroga su come abbia potuto decidere questo…), quella orrenda fotografia (assurta nel luglio 2016 a logo di un convegno) non si è vista e non si vede più. E nessuno pensa neppure soltanto a mostrarla di sguincio estraendola dal portafoglio. Pertanto, il risultato è raggiunto, nonostante il tribunale di Sulmona.

E il Vaschione è nato anche per questo: per evitare che in politica a Sulmona si spacci il nuovo anche se non è stato neppure lavato con Perlana. Quindi è inutile fare scorte di sbiancanti vari, caro il Gerosolimo Coccolino. Che per questa volta, dando a Cesare quel che è di Cesare, su Pingue un pochetto di ragione ce l’ha.

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