DUE TUNNEL E DUE MISURE

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IL GRAN SASSO NON SI TOCCA MA SI CHIUDE LA A25

24 MAGGIO 2019 – La Strada dei Parchi (cioè la concessionaria della A25), sta effettuando prove di carico nella galleria tra Popoli e Bussi; soprintende un funzionario del Ministero delle Infrastrutture. Centinaia di tonnellate saggiano l’opera d’arte; sembra che occorrano seri lavori strutturali per consentire di reggere il traffico dei TIR, di molto superiore a quello striminzito della galleria del Gran Sasso. C’è il rischio che la galleria rimanga chiusa per molti mesi.

Qualcosa ci dice che la chiusura di quel tratto di autostrada ci sarà davvero. Non sentiamo la CNA che si straccia le vesti; non sentiamo Stefania Pezzopane che parla di impedimento alla ricostruzione dell’Aquila e delle zone terremotate (del suo collegio elettorale); tace in sette lingue la Regione Abruzzo, che per il traforo del Gran Sasso sostenne la bufala che l’Italia sarebbe rimasta divisa in due; glissa l’Università dall’alto delle cattedre accademiche, che parlò invece del disagio di corpo insegnante e studenti; i responsabili delle ASL si comportano come se stessero in uno dei tanti obitori e restano immobili e cadaverici come i convitati di pietra. Sembra di seguire la seconda puntata di quello che accadde quando si preannunciò il dirottamento della A25 da Bussi a Collarmele tramite la costruzione di otto gallerie, delle quali una più lunga di quella del Gran Sasso, quando addirittura si levò il plauso del “governatore” D’Alfonso e il silenzio-assenso del consigliere regionale Andrea Gerosolimo, in dirittura di arrivo per l’assessorato alle aree interne e, quindi, attento a non disturbare i manovranti (stavamo per scrivere i manovratori) D’Alfonso e Toto. Celso Cioni, deus ex machina del commercio e artigianato purchè targato aquilano, non si va a chiudere nel cesso della Banca d’Italia, forse perché sperimentò che il Direttore Luigi Bettoni ce lo avrebbe lasciato se non usciva da solo sventolando bandiera bianca.

Questo è l’Abruzzo che ci meritiamo: per averlo in parte eletto (non noi, ma il risultato è questo), oppure per non aver impedito che occupasse i ruoli dell’imprenditoria, della politica, delle professioni. E’ l’Abruzzo della protezione di una città relegata dalla Storia al ruolo di presidio delle montagne, che va ricostruita anche se sta su una faglia che si rimuoverà devastando altri uffici regionali (come Corte d’Appello etc)  anche se i giornali tutti dicono che la prossima volta toccherà a Sulmona e questo si può dire sebbene i terremoti non si possano prevedere. Ora sappiamo che quella città costruita sul cocuzzolo, fuori dalla Storia, non solo riesce a non far chiudere per restauro un traforo inutile, ma anche a far chiudere il traforo sull’altro ramo di autostrada che, guarda caso, collega Pescara.

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