ORA LA COLPA E’ DEL VIRUS – E DA IERI IL CLORO RENDE IMBEVIBILE LA FRESCHISSIMA ACQUA DI SULMONA
9 MAGGIO 2020 – Sono giunte concomitanti le dichiarazioni del presidente della Saca e le scariche di cloro sull’acqua. Non ha finito, il primo (peraltro noto per non sapere che pesci prendere quando si rompe un canale), di parlare di imminente penuria d’acqua che le immissioni di disinfettante invadevano i tubi delle case, con il sapore che disgusta già al primo sorso. Ora la colpa sarebbe del coronavirus, sul quale si riversano decenni di inettitudine.
Ma tanto la “penuria” d’acqua che il sapore di cloro sono legati in vincolo indissolubile: dipendono dalle mille rotture della rete idrica, sulla quale la SACA non ha fatto interventi di sostanza, pur riscuotendo canoni crescenti. La dotazione di acqua che viene da Pettorano è tale che nessuno può soltanto immaginare, nel contesto attuale, di far credere alla crisi dovuta alle scarse precipitazioni, oppure all’aumentato consumo perché i sulmonesi si lavano di più le mani (nella foto del titolo le cospicue riserve idriche che dall’Altopiano delle Cinquemiglia si riversano alle sorgenti del Gizio). Prima di raccontare frottole di questo tipo, Luigi Di Loreto deve informare con precisione su due aspetti sostanziali: l’immissione di acqua alla sorgente, da un lato, e il consumo registrato a valle. Fatti i debiti calcoli, che non sono difficili e non richiedono nessun computer, si scopre quanta acqua viene sprecata per le falle di una rete-colabrodo. Non deve applicarsi nessun genio matematico, ed erano calcoli quotidiani quando amministrava Paolo Di Bartolomeo (uomo di poche parole e di poche conferenze stampa, poi comunque democristiano; e nessuno è perfetto).
Poi il manager della società liquida dovrà anche dire (senza fare conferenze stampa, ma informando possibilmente anche giornali che non si prostrano ai suoi piedi) quanti soldi, dei molti che amministra, sono finiti in lavori di riparazione o di rifacimento della rete idrica e non, piuttosto, in stipendi o in lavori-rattoppo fatti per tirare avanti. Solo dopo potrà dire che la prossima estate sarà la stagione della siccità perché non ha nevicato tanto e perché il virus ci costringe a lavarci due o tre volte in più al giorno.
Senza arrivare all’inventiva di Franco La Civita che nel 1984 presentò una richiesta di rifacimento dell’acquedotto perché a suo dire era stato danneggiato dal terremoto del 7 e 11 maggio (ma in realtà era un colabrodo dal dopoguerra), basterebbe aver studiato le pratiche di riprogettazione e ricostruzione di un’opera pubblica che, tranne piccoli tratti, risale all’inizio del XX secolo. Il fatto è che, insieme a Margiotta, a Zavarella, a Casini, a Caruso, il Di Loreto si trova ad occupare un posto per il quale non ha nessuna vocazione di realizzare riforme radicali. E’ solo funzionale al disegno della parte politica che ce l’ha messo, tra l’altro ormai espressione di un civismo (!) che non esiste più e, quindi, neanche rappresentativa di un progetto politico ma solo, per così dire, gestionale (e usiamo un termine zuccheroso).
Ora completi pure il suo mandato prima di essere mandato… a casa; ma non dica che quest’anno c’è poca acqua senza aver prima raccontato quante sono le perdite dell’acquedotto che lui per primo dovrebbe conservare integro.






